lunedì 21 maggio 2007


Uno Zappa al giorno leva il medico di torno (ct. Anonimo Livornese) - Capitolo 23

December 26-29, 1976The Palladium, NYCMix & overdubs:Record Plant, LA
Produced by FZNYC live remote engineer: Bob LiftinNYC live concert mix: Davey MoireStudio engineers (overdubs): Rick Smith, Davey Moire
Package design: John WilliamsCover photo: Dweezil Zappa Other photos: Gail Zappa

FZ--conductor, lead guitar, vocals Ray White--rhythm guitar, vocals Eddie Jobson--keyboards, violin, vocals Patrick O'Hearn--bass, vocals Terry Bozzio--drums, vocals Ruth Underwood--percussion, synthesizer, and various humanly impossible overdubs Don Pardo--sophisticated narration David Samuels--timpani, vibes Randy Brecker--trumpet Mike Brecker--tenor sax, flute Lou Marini--alto sax, flute Ronnie Cuber--baritone sax, clarinet Tom Malone--trombone, trumpet, piccolo +John Bergamo--percussion overdubs Ed Mann--percussion overdubs Lou Anne Neill--osmotic harp overdub

Consigliato dal cinefilo - FESTEN








Camera rigorosamente a mano, sguardi sgranati e tagli quando meno te lo aspetti; al suo secondo film, Thomas Vinterberg, allievo di Lars Von Trier, firma un resoconto di una cena delle “beffe”, la cronaca di un “calvario”, quello di un padre, che alla fine è molto più che sconfitto, annientato, annullato come figura di autorità ma anche come essere umano. "Festen", nel raccontare la celebrazione in grande stile del sessantesimo compleanno di un patriarca dell’alta borghesia, devastato dalle accuse di pedofilia e di provocato suicidio d'una figlia rivoltegli pubblicamente dal primogenito nel corso della cena, ci invita a godere della vergogna altrui. Nessun “punto di vista” per un uomo il cui peccato originale è forse quello di essere un idolo da infrangere. Vinterberg adopera con i suoi personaggi, così ipocriti, così volutamente sordi alle realtà sgradevoli, così meschini quando irridono il fidanzato di colore di una delle figlie, una cattiveria cosciente, una “violenza” che scalfisce la personalità di tutti i protagonisti. Primo film ad essere fedele al manifesto conosciuto come Dogma 95, “Festen” colpisce soprattutto per la sicurezza della messinscena, l'ottima direzione del cast, la padronanza della cinepresa a spalla, in complessi piani sequenza, che penetra come un ospite indiscreto in un “rito” collettivo che non tarda a divenire un vero e proprio teatro di guerra nel quale ciascuno indossa la propria maschera sociale. La festa come occasione di resa dei conti, processo autodistruttivo, momento nel quale la verità affiora, situazione “risolutiva” capace di dar corpo ai fantasmi psicologici e sociali e fare uscire gli scheletri dall'armadio. Un piccolo ricordo di Bunuel, nello spirito anarchico che anima questo ritratto di borghesia in interni, qualche somiglianza con quel gettarsi avanti a "testa alta" che portò Bellocchio a realizzare "I pugni in tasca". Di Von Trier, non molte tracce, se non nella fotografia "povera" e a dominante gialla, come in "The Kingdom" e in quella camera a mano così "agitata", che ricorda "Le onde del destino". Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes (1998).


mercoledì 16 maggio 2007


Uno Zappa al giorno leva il medico di torno (ct. anonimo Livornese) - Capitolo 22
Zoot Allures
(Zappa, LP, Warner Bros. BS 2970, October 29, 1976)

Wind Up Workin' In A Gas Station 2:30
Black Napkins 4:15
The Torture Never Stops 9:45
Ms Pinky 3:40
Find Her Finer 4:07
Friendly Little Finger 4:17
Wonderful Wino (FZ/Simmons) 3:38
Zoot Allures 4:12
Disco Boy 5:10
Produced by Frank Zappa
Record Plant, LAc. May-June, 1976Engineers: Michael Braunstein, Davey MoireRe-mix engineer: Frank Zappa
Photography: Gary HeeryDesign: Cal Schenkel

Uno Zappa al giorno leva il medico di torno (ct. Anonimo Livornese) - Capitolo 21
Bongo Fury
(Zappa/Beefheart/Mothers, LP, DiscReet DS 2234, October 2, 1975)

Debra Kadabra 3:54
Carolina Hard-core Ecstasy 5:59
Sam With The Showing Scalp Flat Top (Van Vliet) 2:51
Poofter's Froth Wyoming Plans Ahead 3:03
200 Years Old 4:32
Cucamonga 2:24
Advance Romance 11:17
Man With The Woman Head (Van Vliet) 1:28
Muffin Man 5:33
Produced by Frank Zappa
Overdubs and mixing at The Record Plant, L.A.Engineered by Kerry McNab, Mike Braunstein, Kelly Kotera, Mike Stone, Davey Moire and Frank Hubach
Photography by John WilliamsDesign: Cal Schenkel
MUSIC SUPPLIED BY: FZ--lead guitar, vocals Captain Beefheart--harp, vocals, shopping bags George Duke--keyboards, vocals Napoleon Murphy Brock--sax, vocals Bruce Fowler--trombone, fantastic dancing Tom Fowler--bass, also dancing Denny Walley--slide guitar, vocals Terry Bozzio--drums, moistureChester Thompson--drums (on 200 Years Old and Cucamonga) Robert "Frog" Camarena--uncredited vocals on Debra Kadabra

sabato 12 maggio 2007

Progressivamente parlando

AREA
Arbeit Macht Frei


"Arbeit macht frei", frase tristemente nota, di cui tutti, credo, conosciamo il lugubre e crudele significato negli anni in cui il folle sogno nazista voleva cambiare radicalmente le sorti del mondo per assoggettarlo ai voleri di un pazzo visionario che non ha pagato all'umanità , purtroppo, il prezzo del suo insensato e assurdo delirio mentale.
Così gli Area intitolarono in loro fulminante esordio nel panorama musicale italiano causando un terremoto di pareri discordi tra pubblico e critica. A mio avviso mai nessun esordio fu tanto ardito e coraggioso, e mai nessun altro riuscirà a destare tanta attenzione e a sfornare un capolavoro come questo al primo colpo, in cui la parola "musica", nel senso proprio del termine, perde il suo significato per trasformarsi in una fusione alchemica tra mille influenze diverse: free-jazz allo stato puro, progressive rock, musica contemporanea mediterranea, folk mediorientale, elettronica, psichedelia, sperimentazione più ardita, musica balcanica, semplici rumori e Dio solo sa quant'altro questi folli sono riusciti a legare indissolubilmente in questo capolavoro uscito nel 1973 per la Cramps Records.
Tutta questa diversità musicale in un solo lavoro deriva dal fatto che i componenti dell'International POPular Group ("musica di fusione di tipo internazionalista", come Stratos la definiva) provenivano da ambienti diversi: chi dal jazz, chi dalla musica contemporanea, chi aveva avuto esperienze di elettronica in U.K. e tutti cercavano di fondere il loro bagaglio in qualcosa che difficilmente può trovare una definizione e sfugge a tutte le catalogazioni possibili.
Questi i padri fondatori degli Area:
Demetrio Stratos - voce, organo, percussioni - cantante dalle doti strabilianti, dall'estensione e potenza inarrivabile (7000 Hz) e capace di emettere contemporaneamente più suoni (Diplofonie, Triplofonie e Quadrifonie)
Patrizio Fariselli - tastiere, sintetizzatori, moog - autore di tutta la musica
Giulio Capiozzo - batteria e percussioni -
Yan Patrick Erard Dyivas - basso, contrabbasso -
Johnny Lambizzi
(sostituito in questo disco da Paolo Tofani, poi membro stabile del gruppo- chitarra solista, sintetizzatori -)
Victor Edouard Busnello - flauto, sassofono, fiati -
Gianni Sassi - produttore degli Area, firma i testi sotto lo pseudonimo di "Frankenstein".
Dyivas lascerà poi il gruppo per unirsi alla PFM e verrà sostituito da Ares Tavolazzi e, insieme a lui, anche Busnello deciderà in seguito di dedicarsi ad altri progetti.
Demetrio Stratos morirà in un Ospedale di New York il 13 Giugno 1979, per una leucemia fulminante e con lui se ne andrà la voce più dotata, interessante e ineguagliabile che l'Italia e il Mondo abbiano mai avuto la fortuna di ascoltare.
"Arbeit macht frei" divide i pareri sicuramente per un approccio musicale estremamente ardito e di non facile comprensione per i più, e, sicuramente, per i testi sperimentali che avevano chiari riferimenti politici; per questa ragione gli Area sono sempre stati tenuti un po' ai margini della scena proprio per le loro simpatie politiche.
"Luglio, Agosto, Settembre (Nero)" apre questo capolavoro e fa capire quello che gli Area volevano fare della loro "musica", mettere insieme qualsiasi cosa avessero in mente per trovare una nuova forma di canzone, distruggere gli schemi conosciuti, rimetterli insieme per poi polverizzarli di nuovo con improvvisazioni ardite, stop, cambi continui di tempo, tempi dispari, rumori, accelerazioni mostruose. Nulla sembrava avere un limite nelle loro composizioni, nulla, anche se a volte sembra, è lasciato al caso, tutto trova una precisa collocazione e crea qualcosa che definire "canzone" è piuttosto riduttivo.
Il pezzo va inquadrato in un preciso periodo, quello riferito ai fatti di cronaca legati al l'FLP (Fronte per la Liberazione della Palestina) e agli attentati da loro compiuti, tra cui quello alle Olimpiadi di Monaco e all'aeroporto di Fiumicino. Gli Area condannavano e discordavano da quegli atti atroci, ma cercavano di vedere la situazione anche dall'altro lato, dalle privazioni subite dai Palestinesi nei campi profughi, costretti a vagare senza una fissa dimora, senza più la loro terra, sfrattati e cacciati nell'indifferenza più totale del Mondo. Molti non hanno capito la loro posizione e li hanno additati come reazionari, estremisti e sovversivi
Inizia con una registrazione "rubata" al museo egizio del Cairo, seguita da un'introduzione vocale di Demetrio che recita:
"Giocare col mondo facendolo a pezzi bambini che il sole ha ridotto già vecchi..."
Si parte con un giro apparentemente semplice che riporta alla musica contemporanea dell'epoca, stop con cantato, basso e organo, ripetuto nella strofa successiva, poi, man mano che il pezzo avanza il ritmo aumenta, accelera freneticamente, per fermarsi nuovamente in un'improvvisazione di suoni e rumori etnici, percussioni, note apparentemente alla rinfusa, vocalizzi da giungla, cantilena di Demetrio che segue basso e organo, accelerazione graduale con entrata di Capiozzo e via via tutti gli altri in un crescendo continuo e apoteosi finale che sfocia nel jazz più ardito.
Scomponendo questo primo, fulminante brano (cosa che si può fare con tutto il resto dell'album), possiamo benissimo trovare una marea di elementi per comporre tranquillamente molteplici pezzi separati, ognuno differente dall'altro in genere e tempo.
Veniamo all'improvvisazione strumentale pura di "Arbeit macht frei".. E che dire? Interminabili minuti di pura follia musicale introdotta dalle pelli di Capiozzo che si conferma uno dei batteristi più dotati e versatili in Italia a quei tempi e forse anche ai nostri, a cui si aggiunge un giro claustrofobico di basso, Moog, effetti psichedelici, flauto e sassofono, rumori di ogni sorta, che dapprima sembrano discordare gli uni dagli altri (ma si legano benissimo), e poi si parte per terre di free-jazz totalmente fuori da ogni schema.
I nostri accelerano come schegge impazzite, rallentano, fanno quello che vogliono e potrebbero andare avanti ore facendo sempre cose diverse e non stancandosi mai. Demetrio arriva quando il pezzo sembra prendere un ritmo stabile, gorgheggia, ma ancora il pezzo cambia, l'improvvisazione la fa da padrona, assolo vertiginoso di tastiera, scale improponibili in ascesa e discesa e il ritmo riprende apparentemente normale per permettere a Demetrio di concludere con l'ultimo verso la canzone che, dopo un ennesimo vocalizzo, si interrompe bruscamente. Non ci sono parole per descrivere appieno la capacità e il talento individuale dei musicisti, bisogna solo ascoltare più e più volte per capire davvero il valore delle composizioni di questi pionieri e violentatori del pentagramma e del metronomo. Mostruosi.
Una scala vertiginosa apre il terzo brano "Consapevolezza".
I nostri salgono, scendono, gli strumenti si battono uno contro l'altro, Capiozzo fa un lavoro sbalorditivo alla batteria e si fatica a capirne i passaggi, poi tutto si ferma per disegnare una breve parentesi che rimanda alla psichedelia pura, e Demetrio parte con il cantato, due sole strofe, vocalizzi e via, si riparte nella follia più assoluta del jazz, per poi fermarsi ancora in divagazioni sassofonistiche, ritmo lento e cadenzato, sottomesso, controtempi e tutto piano piano prende quota per l'ultimo fraseggio di Stratos con un finale in cui il cantante lascia stupefatti per quello che riesce a fare con la sua voce strumento.
"Le labbra del tempo" subito anch'essa parte con scale impressionanti stoppate, poi tutto si ferma per lasciare spazio a chitarra, basso e fiati; Demetrio segue con le linee vocali Busnello, finendo la strofa con un vocalizzo tenoristico e da lì parte ancora il genio degli sregolati musicisti che, con tempi e controtempi incredibili disegnano un tappeto al limite tra il puro free-jazz, la psichedelia, sperimentazione e la follia più assurda, fermandosi bruscamente per lasciare solo un drappo d'organo e suoni sintetizzati che accompagnano uno stucchevole Stratos nell'ultima parte. Si riprende in controtempo con il ritmo che aumenta gradualmente fino alla fine del pezzo per poi sfumare..
"240 Chilometri da Smirne" sembra un pezzo jazz all'apparenza, dove Capiozzo fa un po' quello che vuole e non delinea mai un tempo definito, ma lo compone con un'assolo continuo, la stessa cosa fa Dyivas, mentre Busnello, Tofani e Fariselli lo seguono senza fiatare, poi tutto si ferma e il basso inizia il suo assolo vertiginoso, accompagnato da un impressionante Capiozzo che lavora incessantemente di polso sulle pelli e sul raid; mano a mano gli altri entrano e tutto si fonde, il ritmo e i volumi aumentano a dismisura, prende la parola Busnello che con il sax la fa da padrone, poi tutto si ferma, e tu stai lì a chiederti: ma cazzo ..è vero? Questa gente davvero suonava così? Trent'anni fa? Non riesci a capacitarti di come possano aver fuso tante influenze e stili in poche canzoni, non lo ritieni umanamente possibile.
Ti rimane solo ascoltare stupefatto e rispettare in religioso silenzio.
Dopo queste cinque canzoni che già hanno sconvolto e buttato in un limbo da cui non si torna l'ascoltatore i nostri hanno pensato di concludere l'album con il pezzo più ardito e sperimentale di tutti gli altri:
"L'abbattimento dello Zeppelin", abbattimento di ogni forma musicale conosciuta fino ad ora, scomposizione della forma "canzone", riuscire ad andare oltre, passare i propri limiti per approdare in un universo parallelo, fatto di singoli suoni, parole, rumori, musica, magia e follia compositiva.
Stratos qui raggiunge livelli davvero inverosimili, la sua interpretazione è magistrale, sussurri, vocalizzi e un suono che prima parte piano, poi aumenta gradualmente e mostruosamente e ti distrugge le casse se il volume è un tantino troppo alto, vocalizzi da soprano, urla sgraziate e un virtuosismo finale a cui l'orecchio umano fatica a credere.. Sembra non aver limiti la sua voce e ricordiamoci che era solo agli inizi dei sui studi. Gli altri si danno alla sperimentazione più pura, al delirio musicale più assoluto. Ancora oggi si fatica a capire un pezzo e un album come questo e bisogna ascoltarlo a più riprese per apprezzarne pienamente il valore.
Un album immortale, da molti considerato il capolavoro del progressive anni 70, qualcosa che nessuno riuscirà mai ad eguagliare per idee e creatività . Musicisti immensi.
Da possedere, assolutamente.
Uno Zappa al giorno leva il medico di torno (ct. Anonimo Livornese) - Capitolo 20

One Size Fits All
(Frank Zappa and The Mothers of Invention, LP, DiscReet DS 2216, June 25, 1975)

Inca Roads 8:45
Can't Afford No Shoes 2:38
Sofa No. 1 2:39
Po-Jama People 7:39
Florentine Pogen 5:27
Evelyn, A Modified Dog 1:04
San Ber'dino 5:57
Andy 6:04
Sofa No. 2 2:42


Produced by Frank Zappa
The Record Plant, LA; Caribou, Nederland, Colorado; Paramount Studios, LADecember, 1974-April, 1975
Engineers:
Kerry McNab, Gary O, Jukka, Michael Braunstein
Cal Schenkel Design & FrescoLynn Lascaro Sofa Upholstery


Frank Zappa--all guitars, lead vocals on Po-Jama People, Evelyn and Sofa No. 2, bg vocals on other tunes George Duke--all keyboards & synthesizers, lead vocals on Inca Roads, Andy and Sofa No. 2, bg vocals on other tunes Napoleon Murphy Brock--flute and tenor sax, lead vocals on Florentine Pogen and Andy, bg vocals on other tunes Chester Thompson--drums; gorilla victim Tom Fowler--bass (when left hand is not broken) Ruth Underwood--vibes, marimba, other percussion James "Bird Legs" Youmans--bass (on Can't Afford No Shoes) Johnny "Guitar" Watson--flambe vocals on the out-choruses of San Ber'dino and Andy Bloodshot Rollin' Red--harmonica when present

Musica per orecchie addormentate - MARIPOSA - Pròffiti now!





Se siete parte di quella cerchia di persone che crede esista un sublime punto d’incontro che lega indissolubilmente l’idiozia alla genialità, “Pròffiti Now!” dei Mariposa è decisamente l’album che fa per voi. Questo sgangherato gruppo che chiama la propria musica componibile ha i natali a Bologna pur provenendo da Arezzo, Montevarchi, Verona e Messina: si potrebbero dunque definire corpi componibili, se volessimo stare al loro gioco. Hanno esordito autoproducendosi nell’irrisolto “Portobello illusioni” – il cui titolo rimandava direttamente alla satira dissacrante di Rino Gaetano – e da lì hanno iniziato un complesso viaggio nell’anarchia e nell’iconoclastia, prima assemblando ipotesi di colonne sonore, trip lisergici, canzonetta e avanguardia in “Domino Dorelli” uscito per la Santeria, poi congelandosi nella contorsione bellica di “Suzuki Bazuki” che ha segnato il loro ingresso nella Trovarobato.
Prima di arrivare a “Pròffiti Now!” hanno licenziato “Quanti sedani lasciati ai cani”; il loro percorso di formazione sembra oramai abbastanza ben delineato. Questo lavoro, pur mantenendo i germi della demenza e del nonsense che contraddistinguono l’ipotesi musicale ed etica della band, mostra segni di gigantismo e avanza pretese non da poco, fin dalla mole doppia. I brani vengono sezionati da interventi ipotetici alla “prima conferenza sulla musica componibile”, alla quale partecipano un po’ tutti, da Franco Fabbri a Stefano Isidoro Bianchi, da Riccardo Bertoncelli alla scena musicale attuale (e non), con contributi vocali a tratti francamente spassosi. Da un punto di vista prettamente musicale la varietà stilistica della band continua a evolversi in una tensione continua che porterà presumibilmente a un’esasperazione prima o poi insostenibile. Ma per adesso ben più che sostenibile, direi: se in “Trovarobato” le citazioni diventano fin troppo palesi, mescolando Celentano e canti partigiani (“Fischia il vento”, nello specifico), per il resto si lavora di fino, raggiungendo i picchi nella sospensione magica che accompagna “L’asta degli oggetti scivolati” e nella delicata danza “Pretzel” (dedicata al salatino che arrivò a pochi centimetri dallo strozzare George W. Bush).
“La stima del manicomio”, capace di rendere cosa sola elementi sonori del tutto antitetici tra loro – addirittura la sigla de “L’almanacco del giorno dopo” della RAI, ovvero “Chanson Baladée” di Riccardo Luciani -, è l’ennesima dimostrazione delle potenzialità di questo particolarissimo combo nostrano: che non sempre comunque colpisce al cuore e non sempre sembra scegliere la via più adatta, a tratti scadendo francamente di tono. L’arte del paradosso e del surrealismo tout court è difficile da percorrere senza inciampare, e i nostri non sempre mostrano il piede sicuro; ma sono debolezze da perdonare, soprattutto in vista di una crescita continua ed esponenziale, sia da un punto di vista compositivo – ascoltare per credere “Le signorine centroamericane”, “Radio Marea” e la strepitosa progressione di “Teen Vaginas Can Destroy Your Life” – che puramente letterario (“Ci siamo presi una pausa per riflettere/non abbiamo riflettuto perché eravamo in pausa/non abbiamo nemmeno riflesso” recita “Talaltri”), anche se a volte si notano ancora svisate inutili e ricerca di rime fin troppo facili.
Insomma, ancora non è ben chiaro se finiremo per appioppare agli ondivaghi Mariposa l’appellativo di dementi o di geni, ma fa bene al cuore sapere che in giro per la nostra penisola c’è gente così libera di testa da permettersi il tutto. E fa bene sapere che sono anche autoironici, consapevoli di come da taluni questo tutto potrebbe essere considerato nulla.
Uno Zappa al giorno leva il medico di torno (ct. Anonimo Livornese) - Capitolo 19

Roxy & Elsewhere
(Zappa/Mothers, 2LP, DiscReet 2DS 2202, September 10, 1974)


Penguin In Bondage 6:48
Pygmy Twylyte 2:12
Dummy Up (FZ/Simmons/Brock) 6:03
Village Of The Sun 4:17
Echidna's Arf (Of You) 3:53
Don't You Ever Wash That Thing? 9:40
Cheepnis 6:31
Son Of Orange County 5:53
More Trouble Every Day 6:00
Be-Bop Tango (Of The Old Jazzmen's Church) 16:41


Produced by FZ
Overdubs at Bolic Studios & Paramount Studios, HollywoodRoxy remote recording by Wally HeiderRe-mix engineer: Kerry McNabRoad tapes engineer: Bill Hennigh
Design & Graphics by Cal SchenkelCover Photography by Sherwin Tilton Liner Photography by Sherwin Tilton, Coy Featherston & Steve Magedoff
FZ--lead guitar, vocals George Duke--keyboards, synthesizer, vocals Tom Fowler--bass Ruth Underwood--percussion Jeff Simmons--rhythm guitar, vocals Don Preston--synthesizer Bruce Fowler--trombone, dancing (?) Walt Fowler--trumpet Napoleon Murphy Brock--tenor sax, flute, lead vocals Ralph Humphrey--drumsChester Thompson--drums (additional back-up vocals on Cheepnis by Debbi, Lynn, Ruben, George & Froggy)


mercoledì 9 maggio 2007

Citando Giorgio

Guardando in tv le notizie sul nascente PD mi viene in mente un vecchio monologo di Gaber che faceva pressappoco così:


Qualcuno era comunista
di Gaber - Luporini

1991 © Edizioni Curci Srl - Milano

Uh? No, non è vero, io non ho niente da rimproverarmi. Voglio dire... non mi sembra di aver fatto delle cose gravi.La mia vita? Una vita normale. Non ho mai rubato, neanche in casa da piccolo, non ho ammazzato nessuno, figuriamoci!... Qualche atto impuro ma è normale no?Lavoro, ho una famiglia, pago le tasse. Non mi sembra di avere delle colpe... non vado neanche a caccia!Uh? Ah, voi parlavate di prima! Ah... ma prima... ma prima mi sono comportato come tutti.Come mi vestivo? Mi vestivo, mi vestivo come ora… beh non proprio come ora, un po’ più… sì, jeans, maglione, l’eskimo. Perché? Non va bene? Era comodo.Cosa cantavo? Questa poi, volete sapere cosa cantavo. Ma sì certo, anche canzoni popolari, sì… “Ciao bella ciao”. Devo parlar più forte? Sì, “Ciao bella ciao” l’ho cantata, d’accordo, e anche l’“Internazionale”, però in coro eh!Sì, quello sì, lo ammetto, sì, ci sono andato, sì, li ho visti anch’io gli Inti Illimani... però non ho pianto!Come? Se in camera ho delle foto? Che discorsi, certo, le foto dei miei genitori, mia moglie, mia…Manifesti? Non mi pare... Forse uno, piccolo proprio... Che Ghevara. Ma che cos’è, un processo questo qui?No, no, no, io quello no, io il pugno non l’ho mai fatto, il pugno no, mai. Beh insomma, una volta ma… un pugnettino, rapido proprio…Come? Se ero comunista? Eh. Mi piacciono le domande dirette! Volete sapere se ero comunista? No, no finalmente perché adesso non ne parla più nessuno, tutti fanno finta di niente e invece è giusto chiarirle queste cose, una volta per tutte, ohhh!Se ero comunista. Mah! In che senso? No, voglio dire…
Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia.
Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà… la mamma no.
Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il Paradiso Terrestre.
Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.
Qualcuno era comunista perché aveva avuto un’educazione troppo cattolica.
Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche… lo esigevano tutti.
Qualcuno era comunista perché “La Storia è dalla nostra parte!”.
Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.
Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.
Qualcuno era comunista perché prima era fascista.
Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano ma lontano.
Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo.
Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.
Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.
Qualcuno era comunista perché era talmente affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l’operaio.
Qualcuno era comunista perché voleva l’aumento di stipendio.
Qualcuno era comunista perché la borghesia il proletariato la lotta di classe. Facile no?
Qualcuno era comunista perché la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopo domani sicuramente…
Qualcuno era comunista perché “Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse-Tung”.
Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.
Qualcuno era comunista perché guardava sempre Rai Tre.
Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.
Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto.
Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.
Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il “materialismo dialettico” per il “Vangelo secondo Lenin”.
Qualcuno era comunista perché era convinto d’avere dietro di sé la classe operaia.
Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.
Qualcuno era comunista perché c’era il grande Partito Comunista.
Qualcuno era comunista nonostante ci fosse il grande Partito Comunista.
Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio.
Qualcuno era comunista perché abbiamo il peggiore Partito Socialista d’Europa.
Qualcuno era comunista perché lo Stato peggio che da noi solo l’Uganda.
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant’anni di governi viscidi e ruffiani.
Qualcuno era comunista perché piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica, eccetera, eccetera, eccetera.
Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista.
Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia.
Qualcuno credeva di essere comunista e forse era qualcos’altro.
Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.
Qualcuno era comunista perché pensava di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.
Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché era disposto a cambiare ogni giorno, perché sentiva la necessità di una morale diversa, perché forse era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.
Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso, era come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.No, niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici.E ora? Anche ora ci si sente come in due: da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito.Due miserie in un corpo solo.

Uno Zappa al giorno leva il medico di torno (ct. Anonimo Livornese) - Capitolo 18
Apostrophe (')
(Frank Zappa, LP, DiscReet DS 2175, March 22, 1974)

Don't Eat The Yellow Snow 2:07
Nanook Rubs It 4:37
St. Alfonzo's Pancake Breakfast 1:51
Father O'Blivion 2:18
Cosmik Debris 4:13
Excentrifugal Forz 1:33
Apostrophe' (FZ/Bruce/Gordon) 5:50
Uncle Remus (FZ/Duke) 2:44
Stink-Foot 6:34

Produced, Arranged & Struggled with Frank Zappa
Studios:Electric Lady, NYCBolic, InglewoodParamount, Hollywood
Engineers:Steve DesperTerry DunavanBarry KeeneBob HughesKerry McNab
Graphics: Cal SchenkelFront Photo: Emerson-Loew
DRUMS: Jim Gordon Johnny Guerin Aynsley Dunbar Ralph Humphrey BASS: Jack Bruce Erroneous Tom Fowler FZ KEYBOARDS: George Duke VIOLIN: Sugar Cane Harris Jean-Luc Ponty PERCUSSION: Ruth Underwood SAXOPHONE: Ian Underwood Napoleon Murphy Brock TRUMPET: Sal Marquez TROMBONE: Bruce Fowler BACK-UP VOCALS: Ray Collins Kerry McNab Susie Glover George Duke Debbie Lynn Tina Turner (uncredited) Napoleon Murphy Brock Ruben Ladron de Guevara Robert "Frog" Camarena LEAD VOCALS & ALL GUITARS: FZ (except Tony Duran rhythm guitar on APOSTROPHE')

martedì 8 maggio 2007

Visioni in streaming

NOTIZIE DAL FRONTE - Regia di Claudio Marmugi (anno 2002)
In streaming su google video:
http://video.google.it/videoplay?docid=3144187683159281266&q=marmugi

Straconsigliata la visione!!!

A teatro...una sera




"PASTICCERI" di Roberto Abbiati e Leonardo Capuano

“Pasticceri.Io e mio fratello Roberto” è lo spettacolo che Leonardo Capuano e l’alter ego di Frank Zappa, Roberto Abbiati, hanno ideato dando un nuovo contesto all’artificio letterario del doppio già trattato nei secoli da scrittori e drammaturghi quali Diderot o nel noto Dr Jekyll e Mr Hyde di Stevenson. Il doppio sono loro, due fratelli che si destreggiano come attori e come pasticceri professionisti in un attrezzato laboratorio di pasticceria e che oltre a condividere lo stesso cognome, la stessa attività, l’amore per la stessa donna Rossana, condividono giorni e notti lì dentro, in quel laboratorio di pasticceria che, oltre a fungere da scenario viene utilizzato in tutti i suoi componenti.Tra le musiche di Lou Reed, Rolling Stones e Prince, tra un canticchiare e un ballicchiare, i fornelli prendono vita, le piastre elettriche acquistano la temperatura ideale, il frigorifero conserva tutto l’occorrente per preparare torte, creme, panna, profiterol e pan di spagna. E così, uno da una parte e uno dall’altra, separati come il tuorlo e l’albume ma amalgamati come il burro lo zucchero e la farina, così diversi nella loro fisicità, nelle loro emozioni, nel modo di parlare ma così uguali, indispensabili l’uno all’altro come il pan di spagna ed il liquore, trascorrono le ore, le loro giornate e forse la loro vita dentro quella cucina d’acciaio.Uno è colui che appare forte, saccente, convincente, è robusto, fa un po’ lo spavaldo e il suo linguaggio è sciolto, disinvolto anche se questa spavalderia si scioglie come burro fuso quando si commuove per un nonnulla, quando esprime ripetutamente l’affetto per il fratello che lo sta ad ascoltare con uno sguardo apparentemente spento. Si rattrista all’idea che i suoi bignè, i suoi amati bignè alla crema, verranno ingoiati senza sensibilità alcuna dal primo goloso che passerà nei paraggi della pasticceria; e così li saluta, inscena questo struggente commiato che, guardandolo dall’esterno fa un po’ ridere, mentre se ci si lascia trasportare da questa sottile sensibilità in effetti questi bignè un po’ di tenerezza la fanno.Per fortuna però interviene il fratello, il balbuziente che smette di balbettare quando cita poesie sotto la luce di un occhio di bue, con la sua determinazione e la freddezza espressiva ribadendo al fratello che deve smetterla con queste sciocchezze e che il lavoro è più importante e che i bignè hanno un destino già segnato fin dal nascere.La loro breve vita è predestinata, è intrinseca al loro esistere, come lo è il loro destino di fratelli pasticceri che hanno ereditato il lavoro dal padre e che come missione devono portare avanti il mestiere in suo onore. Nella vita dei due fratelli c’è anche spazio per la dolcezza del cuore e non solo di quella della crema o del profitterol, e così si innamorano, parlano della donna dei loro sogni, quella che quando entra nella pasticceria entra prima la sua femminilità e poi la sua presenza, il fratello saccente chiede all’altro di scrivere per lui le poesie alla donna che ama non sapendo che anche l’altro ama lei: Rossana. Una Rossana per due, la stessa, condividono tutto loro due, anche la donna dei loro sogni richiamando così Cristiano e Cyrano di Rostand nel suo dramma d’amore.E così prosegue lo spettacolo, tra una realtà mescolata alla finzione, nelle parentesi in cui gli attori escono dai loro ruoli fingendo di essersi dimenticati la parte, inventando un colpo di scena durante il quale lo spettatore, ammaliato dal profumo della crema pasticcera e del cioccolato fondente fuso, non sa più cosa sta succedendo, dove si trova e si ritrova così in un teatro diventato pasticceria, di fronte ad attori diventati pasticceri che si sono dimenticati la parte e ridono tra loro.La sorpresa arriva al termine dello spettacolo….quando il pubblico è assorto nella visione di quelle torte fresche appena “recitate” e all’unisono pensa alla fine che faranno e con un po’ di perfidia si augura di vederle morire proprio sotto i suoi denti…Per golosi cronici (come me) e per curiosi avvezzi alle sorprese.
Visto al Teatro Roma di Castagneto Carducci il 25 Aprile 2007.





lunedì 7 maggio 2007

Consigliato dal cinefilo


L'AMICO DI FAMIGLIA - di Paolo Sorrentino




Si conferma il talento di Paolo Sorrentino anche in questo nuovo lavoro ed emerge chiaro e forte già dai titoli di testa sotto i quali scorrono immagini bellissime che danno un'idea precisa del protagonista del film: quasi una soggettiva non dal campo visivo, ma direttamente dalla mente di Geremia De Geremei (Giacomo Rizzo). Siamo nell'Agro Pontino e Geremia è un usuraio che vive in una casa buia, lurida, umida e scrostata, insieme alla madre che è anche peggio della casa. Geremia sostiene di aiutare le persone, chiama tutti “fratello caro” e “sorella cara” e ha come collega un tale che viene solo nominato: il Pirata, che pare essere molto peggio di lui. Questa stigmatizzazione del male estremo è fondamentale in un film dove un uomo pessimo è solo uno dei tanti marci e ciò che lo rende peggiore è il ributtante aspetto fisico.
La vita di Geremia ci viene raccontata dal momento in cui viene in contatto con Rosalba (Laura Chiatti), miss Agro Pontino, bellissima e bionda. Il padre della ragazza chiede un prestito all'usuraio per consentire alla figlia di avere un ricevimento di nozze, un abito da sposa e le bomboniere che Rosalba sceglie personalmente imponendosi sui gusti di Geremia che, quando presta soldi, diventa appunto un amico di famiglia. Proprio il dissidio in merito alle bomboniere dimostra quanto siano affini la bella e l'usuraio: lei che bolla come “cafona” la carrozza trainata dai cavalli di porcellana e sceglie il cucchiaino d'argento, senza risparmiare insulti a nessuno, non si accorge che i due oggetti sono allo stesso punto della lista delle “cose che mai vorresti in casa”. Lei che dona a Emergency il premio di 500 euro vinto al concorso di bellezza e non nota minimamente lo sguardo tra il compiaciuto e il disperato del padre che non fa che esaltare l'essere fuori luogo di quel gesto in un contesto del genere. Lei che si concede a Geremia il giorno delle nozze per abbassare il tasso di interesse al padre e continua a dare giudizi sui comportamenti altrui. Geremia è solo più brutto di lei e di tanti altri, molto più brutto e anche più laido. Spia le ragazze che giocano a pallavolo nel cortile davanti a casa, vive all'ombra delle gesta del padre, grande usuraio che ha abbandonato lui e sua madre, divora gianduiotti e lavora con un finto cow-boy triste, Gino (Fabrizio Bentivoglio), che controlla le credenziali dei debitori.
Quello dipinto da Sorrentino è un orripilante ritratto di provincia italiana in cui le persone si indebitano per comprare il superfluo o per tentare la fortuna col bingo, coltivano il sogno di ballare alla TV e sono prolungamenti carnei del proprio cellulare. Anestetizzati a tutto, tranne che al brutto aspetto, vivono vite fatte di niente e sono disposti a tutto pur di accrescere questo niente. E se il personaggio principale è tratteggiato in modo forte, tanto da non essere facilmente riconoscibile intorno a noi, Rosalba è un mostro molto comune, diffuso e riconoscibilissimo, lei è quella che schifa i genitori e la provincia e che riversa le poche idee non egoriferite sul mondo tutto che equivale al niente. E presume di saper ballare, come tante, ma nemmeno quello sa fare e il suo balletto iniziale, coreografato da Pappi Corsicato, è un momento di alta cinematografia proprio perchè mette in scena questa lampante voglia-di-velina. Questo è un film triste perchè rivela un mondo abbrutito e spietato in cui nessuno vorebbe abitare e che invece ti aspetta fuori dalla sala cinematografica; non è L'alba dei morti viventi perchè in quel caso potresti dire “esco ed è tutto finito”, alla fine de L'amico di famiglia, invece esci, incontri gli zombi e sei disarmato. O forse no, forse riesci a distinguerli (e/o a distinguerti) prima.

sabato 24 marzo 2007

Eredità Zappiane : Herman Szobel


Artista dall'indiscussa capacità HERMAN SZOBEL , viennese, assimilabile nel genere e forse nel talento al grande Frank Zappa; incise un unico album, questo SZOBEL nel 1976 alla sola età di anni 18!!! Dopo questo disco sparì dalla circolazione e di lui non si seppe più niente. All'opera hanno partecipato: Szobel stesso alle tastiere, Michael Visceglia al basso, Bob Goldman alla batteria, Dave Samuels alle percussioni, Vadim Vyadro ai sax, clarinetto e flauto. Imperdibile.

martedì 20 marzo 2007

Eredità Zappiane - TIPOGRAPHICA












I TIPOGRAPHICA nascono nel 1986 da un'idea di due ragazzi compagni di conservatorio, Tsuneo Imahori e Naruyoshi Kikuchi, rispettivamente chitarrista e sassofonista.A breve al duo si aggiunse il tastierista Akira Minakami. Il gruppo, rimase così composto da questi primi tre membri, suonando comunque insieme con altri musicisti, solitamente un bassista e un batterista che però non erano stabilmente nel gruppo. Infatti nel 1989 e nel 1991 uscirono due album sotto nome diverso: "Drive to Heaven" col nome di "WAVE Omnibus" e "Empty promises" col nome di "KEIHIN KYODAISHA Omnibus". Nel frattempo, nel '89 si era aggiunto in pianta stabile alla band il batterista Akira Sotoyama e nel '91 il trombone di Osamu Matsumoto. Nel 93' pubblicarono il primo album col nome TIPOGRAPHICA dal titolo appunto "Tipographica". Ma è nel '95 con l'ingresso del bassista Hiroaki Mizutani che si ebbe la band al completo, la quale pubblicò 3 album dal '95 al '97. I TIPOGRAPHICA si sciolsero definitivamente nel '98, intraprendendo strade diverse.La loro musica è una sorta di free jazz/rock, che ha avuto molteplici influenze nel corso degli anni, una su tutte il tour del 1989 di Tsuneo imahori (leader del gruppo) in varie città dell'Africa, dove incontrò diversi stili di musica che avevano per lui diversi "dialetti", cioè comunicavano cose ed emozioni diverse. Erano considerati una delle migliori band progressive insieme con gli HAPPY FAMILY, grazie al loro mix di musica contemporanea, humor e new sound.
Curiosità:
Tutti i membri dei TIPOGRAPHICA sono grandi fans del mitico chitarrista Frank Zappa, a cui si sono in gran parte ispirati per la loro musica.






martedì 6 marzo 2007

Progressivamente parlando

MAXOPHONE

Questo capolavoro, ristampato poi in inglese, è un tripudio di sonorità solari, che fanno sognare e gioire. La loro musica è quasi una summa del prog, soprattutto per le influenze inglesi, ma senza smarrire la propria personalità. Li si può accostare ad alcuni esponenti del fenomeno di Canterbury per la melodicità e le parti strumentali, ma soprattutto ai Gentle Giant per vari motivi: l'ironia di alcuni arrangiamenti, i giri di basso e le ritmiche semplici ma perfettamente incastrate con la chitarra simile a quello di Gary Green, e per i cambi di tempi e l'uso dei strumenti così inconsueti come corno inglese, vibrafono e il clarinetto.

Tecnicamente preparatissimi, paragonabili ai più blasonati PFM e Banco, con alle spalle solidi studi classici e un invidiabile quanto inconsueto organico, danno vita ad un insieme di brani pulsanti di creatività e talento, permettendo un'ideale fusione tra musica colta e popolare: uno dei motivi d'essere della musica Progressive.

Nel 2005 è uscito un interessante cofanetto CD + DCD dal titolo From cocoon to butterfly che rievoca tutte le, aimè troppo poche, gesta della band. Il lavoro è stato promosso da sporadici concerti che lasciano sperare in una reuniun proficua e duratura.

Progressivamente parlando



ARTI E MESTIERI - Giro di valzer per domani

Citati anche come ispirazione da band attuali come Red Hot Chili Peppers, questa misconosciuta band torinese, ennesima spora di quel fertile Parco Lambro '74, è stata autrice di una miscela stilistica d'avanguardia che, grazie anche ai testi particolari nonché alla preparazione tecnica dei musicisti, la elegge a vero cult del prog ’70 e, come per le altre produzioni Cramps, all’estero(sigh!) molto ricercata.

In questa loro seconda prova discografica datata 1975, Gigi Venegoni (chitarre), Furio Chirico (batteria), Beppe Crovella (tastiere), Marco Gallesi (basso) si addentrano in quel crogiolo di stili che, dopo il big bang di "Bitches brew"operato da Miles Davis, stava faticosamente preparando la migrazione verso la futura fusion degli anni '80, e mettono a punto un esempio convincente di jazz rock metropolitano, in cui si ergono individualità di spicco come il talentuoso chitarrista Gigi Venegoni ed il "furioso" Furio De Chirico, vero e proprio"diavolo di tasmania" della batteria.

Il gruppo, pur essendo impegnato politicamente, si distacca dalla tradizione della canzone politica intesa come musica di puro supporto al testo e propone una intenzione di "progressismo" musicale alternativo alla consueta formula della canzone di protesta.

Il tema principale, un valzer ispirato a Coltrane, denota subito gli orizzonti espressivi e orchestrali del gruppo ed ecco che accanto a tipici pezzi strumentali come la title track e la successiva "Mirafiori", appaiono vere song come le stupende "Saper sentire" e "Aria pesante" in cui le tematiche inquiete e ironiche dei testi si sposano felicemente a tappeti sonori sofisticati e ricercati che lasciano libero sfogo all'inventiva e al virtuosismo di A&M...non so quanti batteristi riuscirebbero a sostenere il tempo indiavolato di "Sagra"!

Il disco scorre attraversando territori di un rock jazz godibile, ma sempre originale e pieno di ideee, giacché accanto alle ovvie influenze anglosassoni, sono palpabili i tributi alla tradizione più nostrana, persino etnici grazie al violino di Giovanni Vigliar, sempre rigorosamente filtrati da un linguaggio elettrico e moderno, in cui spicca la geniale chitarra di Gigi Venegoni e i suoni eleganti delle tastiere di Beppe Crovella, sempre a suo agio tra piano elettrico e organo Hammond.

E' veramente un bel disco da riscoprire questo "Giro di valzer per domani", forse un po' difficile da reperire, ma ricco di sorprese, pieno di contenuti e forse di interrogativi sulla relativa notorietà nazionale del gruppo rispetto alla considerazione di cui godono oltremanica:
"Il modo di suonare di Furio è straordinario" (Bill Bruford)
"Il lavoro di Crovella è un fresco contributo alla nuova generazione di Hammondisti" (Brian Auger)

domenica 4 marzo 2007

Il Grande Teatro










SEI PERSONAGGI IN CERCA D'AUTORE: "Commedia da fare"

I precedenti narrativi della commedia sono riconducibili a due novelle, La tragedia di un personaggio (1911) e Colloqui coi personaggi (1915); ma la fonte diretta è l'abbozzo di un romanzo, appena un paio di pagine, pervenuto in un "foglietto" databile al 1910-12. La prima rappresentazione romana (9 maggio 1921), ad opera della Compagnia di Dario Niccodemi, ebbe un esito tempestoso. La prima edizione di Sei personaggi in cerca d'autore. Commedia da fare, figura in Maschere nude. Teatro di Luigi Pirandello; fondamentale la quarta edizione del 1925, «riveduta e corretta con l'aggiunta di una prefazione».
Nella «Prefazione» del 1925 l'autore spiega così la genesi della commedia: «Posso soltanto dire che, senza sapere d'averli punto cercati, mi trovai davanti, vivi da poterli toccare, vivi da poterne udire perfino il respiro, quei sei personaggi che ora si vedono sulla scena. E attendevano, lì presenti, ciascuno col suo tormento segreto e tutti uniti dalla nascita e dal viluppo delle vicende reciproche, ch'io li facessi entrare nel mondo dell'arte, componendo delle loro persone, delle loro passioni e dei loro casi un romanzo, un dramma o almeno una novella. Nati vivi, volevano vivere. E allora, ecco, lasciamoli andare dove son soliti d'andare i personaggi drammatici per aver vita: su un palcoscenico».

Il palcoscenico, che gli spettatori trovano entrando in teatro, si mostra con il sipario alzato, «senza quinte né scena, quasi al bujo e vuoto». Due scalette ai lati lo mettono in comunicazione con la sala. È in programma la prova mattutina del Giuoco delle parti di Pirandello. Arrivano il Direttore-Capocomico e, alla spicciolata, gli Attori; ultima, attesa e bizzosa, la Prima Attrice. Inizia la prova. L'usciere del teatro viene intanto ad annunciare al Direttore l'arrivo dei Sei Personaggi che dal fondo della sala, percorrendo il corridoio fra le poltrone, raggiungono il palcoscenico. Sono: il Padre sulla cinquantina; la Madre «velata da un fitto crespo vedovile»; la Figliastra diciottenne, «spavalda, quasi impudente»; uno «squallido Giovinetto di quattordici anni»; una «Bambina di circa quattro anni»; e «il Figlio, di ventidue anni, alto, quasi irrigidito in un contenuto sdegno per il Padre e in un'accigliata indifferenza per la Madre». Il Padre, che si fa portavoce del gruppo, dice, fra l'incredulità generale, che, gravati da «un dramma doloroso», essi sono personaggi in cerca d'autore. «Nel senso, veda», precisa al Capocomico, «che l'autore che ci creò, vivi, non volle poi, o non poté materialmente, metterci al mondo dell'arte. E fu un vero delitto, signore, perché chi ha la ventura di nascere personaggio vivo, può ridersi anche della morte. Non muore più!».
Rifiutati dall'autore, i personaggi propongono al Capocomico una «commedia da fare» , con un testo da concertare insieme sul dramma che urge dentro di loro. Così il Padre e la Figliastra cominciano a rivivere, sopraffacendosi reciprocamente, i passaggi dolorosi della vicenda che ha segnato le loro vite negate al mondo dell'arte.

Dalle nozze fra il Padre e la Madre era nato il Figlio presto affidato a una balia di campagna. Il Padre, «uomo tormentato e tormentatore» aveva intanto notato una silenziosa intesa tra la moglie e il suo segretario e, preso dal «Dèmone dell'Esperimento» (annota con ironia il Figlio), aveva incoraggiato la loro unione. Dal nuovo legame erano nati la Figliastra, e poi il Giovinetto e la Bambina. Il Padre si era interessato «con una incredibile tenerezza della nuova famigliuola», finché non si era trasferita in un altro paese; in particolare aveva seguito la crescita della Figliastra, attendendola spesso all'uscita della scuola. Morto il compagno, la Madre era ritornata al paese d'origine con i tre figli e, per provvedere al loro sostentamento, si era adattata a fare lavori di cucito per Madama Pace, una «sarta fina», il cui atelier copriva in realtà l'esercizio di una casa d'appuntamenti. La consegna dei lavori era affidata alla Figliastra, che per la sua giovane età era stata adocchiata da Madama Pace, la quale, trovando sempre da lamentarsi della qualità del lavoro, riduceva il pagamento in modo da costringere la ragazza a integrarlo concedendosi ai clienti. Un giorno, «condotto dalla miseria della sua carne ancora viva», il Padre capita nell'atelier di Madama Pace; ma, proprio quando sta per compiersi l'«incesto» con la Figliastra, nella camera irrompe con un grido la Madre. Dopo quel momento la famiglia si ricompone nella casa del Padre in un'atmosfera di tensioni incrociate e laceranti, con il Figlio legittimo che considera gli altri degli intrusi, compresa la Madre che non ha mai conosciuto. Presi dalle reciproche recriminazioni, gli adulti finiscono per trascurare il Giovanetto e la Bambina.

La vicenda dei Sei Personaggi suscita vivo interesse nel Capocomico, che accetta la proposta del Padre di stendere una traccia per la prova degli Attori a cui vengono subito assegnate le parti. I Personaggi però non si riconoscono negli Attori che dovranno interpretarli. Un problema viene intanto sollevato dal Capocomico: l'assenza di Madama Pace, personaggio determinante per la scena dell'atelier. Il Padre offre la soluzione: si appendano agli attaccapanni di scena i cappellini e i mantelli delle attrici affinché, «attratta dagli oggetti stessi del suo commercio», la maitresse compaia. Infatti, come evocata, appare Madama Pace «megera d'enorme grassezza, con una pomposa parrucca di lana color carota e una rosa fiammante da un lato, alla spagnola». A questa apparizione gli Attori e il Capocomico schizzano via dal palcoscenico per la scaletta laterale «con un urlo di spavento». Ed ecco che, per prodigio d'arte, la Figliastra riconosce Madama Pace, le si accosta e con lei inizia sottovoce la scena in cui la maitresse le annuncia, in una buffa parlata mezzo spagnola e mezzo italiana, che un «vièchio senor» vuole «amusarse» con lei. Seguono l'entrata del Padre nella camera e il dialogo con la Figliastra, intonato a melliflua galanteria da una parte e nausea sdegnosa dall'altra. Il Capocomico, convinto dell'effetto, vuole subito far provare la scena agli Attori, ma la loro interpretazione, artificiosa e banale, provoca una fragorosa risata della Figliastra che non vi si riconosce, sicché il Capocomico consente che siano intanto i Personaggi a interpretare se stessi. La scena tra la Figliastra e il Padre riprende fino all'arrivo della Madre e alla violenta interruzione prodotta dal suo grido straziato. «Effetto sicuro!», garantisce il Capocomico entusiasta. Per provare la scena finale, viene allestito sommariamente l'ambiente di un giardino con una piccola vasca e due cipressetti contro un fondalino bianco. Nel giardino il Capocomico vorrebbe inserire una scena d'effetto fra la Madre e il Figlio, ma questi rifiuta con sdegno perché nella realtà non c'è stata alcuna scena tra loro. E' vero però che la Madre, entrata nella sua camera, aveva cercato, come sempre, ma inutilmente, un dialogo con lui, che per sfuggirle era uscito in giardino. E qui, con orrore, aveva visto nella vasca la bambina annegata, e mentre si precipitava per ripescarla, aveva scorto dietro gli alberi «il ragazzo che se ne stava lì fermo, con occhi da pazzo, a guardare nella vasca la sorellina affogata». A questo punto sul palcoscenico, come allora nella realtà, dietro lo «spezzato d'alberi» dove il Giovinetto stava nascosto stringendo qualcosa nella tasca, rintrona un colpo di rivoltella a cui segue il grido straziante della Madre. Nello sconcerto degli Attori, che non sanno se il ragazzo sia morto veramente, se sia finzione o realtà, il Padre grida: «Ma che finzione! Realtà, realtà, signori! realtà!». A questo punto il Capocomico, indispettito per la giornata perduta, licenzia tutti e ordina a un elettricista di spegnere le luci, ma dietro il fondalino, come per errore, si accende un riflettore verde, che proietta le ombre dei Personaggi, meno quelle del Giovinetto e della Bambina. Vedendole, il Capocomico fugge dal palcoscenico, atterrito. Spento il riflettore, il Figlio, la Madre e il Padre escono dal fondalino e si fermano in mezzo alla scena «come forme trasognate». Esce per ultima la Figliastra, la quale, ripetendo la sua scelta di perdizione, corre verso una delle scalette, si arresta un momento a guardare gli altri e con una stridula risata scompare dalla sala.


Dopo la tumultuosa prima al Teatro Valle di Roma, con Luigi Almirante nel ruolo del Padre e Vera Vergani in quello della Figliastra (in cui gli spettatori contrari inveirono gridando «Manicomio! Manicomio!»), la commedia fu ripresa a Milano, al Teatro Manzoni, il 27 settembre 1921. L'anno seguente, fu allestita a Londra al Kingsway Theatre (a cura della Stage Society) e a New York al Princess Theatre (a cura di Brock Pemberton); nel 1923 fu rappresentata a Parigi, alla Comédie des Champs-Elysées, da Georges Pitóeff, nella traduzione di Benjamin Crémieux; nel 1924 a Berlino, al Komódie Theater, da Max Reinhardt. L'allestimento parigino di Pitóeff, alla cui prova generale era presente l'autore, doveva risultare illuminante per la riscrittura dei Sei personaggi che Pirandello propose nella messinscena del suo Teatro d'Arte all'Odescalchi di Roma, il 18 maggio 1925, con Lamberto Picasso (il Padre), Marta Abba (la Figliastra) e Gino Cervi (il Figlio). Alla stagione 1963-64 risale la produzione della Compagnia dei Giovani diretta da Giorgio De Lullo, con Romolo Valli (il Padre) e Rossella Falk (la Figliastra).

Se siete interessati alla visione, è uscito in questi giorni in edicola la versione in dvd.

La parola come musica - IL LONFO di Fosco Maraini



Il Lonfo non vaterca né gluisce

e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce
sdilenca un poco e gnagio s'archipatta.

E' frusco il Lonfo! E' pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e ti arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.

Eppure il vecchio Lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa lègica busìa, fa gisbuto;

e quasi quasi in segno di sberdazzi
gli affarferesti un gniffo. Ma lui zuto
t' alloppa, ti sbernecchia; e tu l'accazzi.

Fosco Maraini


Note: con commento di Maro Marcellini


Note di Copertina

"La mia passione per la poesia metasemantica (come la chiama il suo autore) nacque alcuni anni fa quando per la prima volta ebbi occasione di ascoltare un poemetto intitolato Il lonfo recitato da un amico pittore, durante una festa per non ricordo cosa. Rimasi subito colpito da quei versi, da quei suoni, da quelle strane parole che mi punzecchiavano la fantasia. Dopo aver insistito per alcune repliche, m'informai per scoprire dove avrei potuto trovare pubblicata quella insolita - e allo stesso tempo deliziosa - opera poetica. Ma la mia ricerca finì prima ancora di cominciare: l'amico possedeva un'anonima fotocopia di quei versi e non ricordava chi glieli avesse dati né - tantomeno - sapeva chi ne fosse l'autore. Dovevo accontentarmi di fotocopiare a mia volta quel foglio un po' spiegazzato, nient'altro era possibile. Feci una copia di quella pagina e la riposi tra le carte che ancora conservo nel cassetto "personale" della scrivania di casa. In seguito rilessi tante quei versi che li imparai a memoria e, come faceva l'amico artista, mi divertii a recitarli durante le serate tra amici. Passarono alcuni anni - tre o quattro - quando un pomeriggio, sfogliando una rivista d'architettura nell'anticamera del mio avvocato, mi ritrovai sotto agli occhi Il lonfo. Stavolta la poesia era stampata nella sua versione originale e con tanto di firma del poeta: Fosco Maraini. Con buona pace dell'avvocato (è un amico) sequestrai la rivista e mi misi alla ricerca dell'autore di quella che ormai consideravo la "mia" poesia. E fui fortunato: il "poeta", pur girando il mondo in lungo e in largo per i suoi studi, abitava nella mia stessa città, a Firenze. Era rintracciabile, qualche volta, nella sua casa vicino al Poggio Imperiale. Lo chiamai per telefono e mi venne fissato un appuntamento."