giovedì 28 dicembre 2006
Uno Zappa al giorno leva il medico di torno (ct. Anonimo livornese) - Capitolo 7Uncle Meat
(The Mothers Of Invention, 2LP, Bizarre/Reprise 2MS 2024, April 21, 1969)
disc 1
- Uncle Meat: Main Title Theme 1:55
- The Voice Of Cheese 0:26
- Nine Types Of Industrial Pollution 6:00
- Zolar Czakl 0:54
- Dog Breath, In The Year Of The Plague 3:59
- The Legend Of The Golden Arches 3:27
- Louie Louie (At the Royal Albert Hall in London) (Berry) 2:18
- The Dog Breath Variations 1:48
- Sleeping In A Jar 0:50
- Our Bizarre Relationship 1:05
- The Uncle Meat Variations 4:46
- Electric Aunt Jemima 1:46
- Prelude To King Kong 3:38
- God Bless America (Live at the Whisky A Go Go) (Berlin) 1:10
- A Pound For A Brown On The Bus 1:29
- Ian Underwood Whips It Out (Live on stage in Copenhagen) 5:05
- Mr. Green Genes 3:14
- We Can Shoot You 2:03
- "If We'd All Been Living In California . . . " 1:14
- The Air 2:57
- Project X 4:48
- Cruising For Burgers 2:18
disc 2
- Uncle Meat Film Excerpt Part I 37:34
- Tengo Na Minchia Tanta 3:46
- Uncle Meat Film Excerpt Part II 3:51
- King Kong Itself (as played by the Mothers in a studio) 0:51
- King Kong (its magnificence as interpreted by Dom DeWild) 1:19
- King Kong (as Motorhead explains it) 1:45
- King Kong (the Gardner Varieties) 6:17
- King Kong (as played by 3 deranged Good Humor Trucks) 0:33
- King Kong (live on a flat bed diesel in the middle of a race track at a Miami Pop Festival . . . the Underwood ramifications) 7:25
Apostolic Studios, NYC
October 1967-February 1968
Produced by Frank Zappa
Engineer: Richard "Dynamite Dick" Kunc
Percussion overdubs at Sunset Sound, LA
c. March-April, 1968
Engineered by Jerry Hansen
Package designed by Cal Schenkel
THE MOTHERS at the time of this recording were:
FZ--guitar, low grade vocals, percussion
Ray Collins--swell vocals
Jimmy Carl Black--drums, droll humor, poverty
Roy Estrada--electric bass, chesseburgers, Pachuco falsetto
Don (Dom De Wild) Preston--electric piano, tarot cards, brown rice
Billy (The Oozer) Mundi--drums on some pieces before he quit to join RHINOCEROS
Bunk (Sweetpants) Gardner--piccolo, flute, clarinet, bass clarinet, soprano sax, alto sax, tenor sax, bassoon (all of these electric and/or non-electric depending)
Ian Underwood--electric organ, piano, harpsichord, celeste, flute, clarinet, alto sax, baritone sax, special assistance, copyist, industrial relations & teen appeal
Artie (With the Green Mustache) Tripp--drums, timpani, vibes, marimba, xylophone, wood blocks, bells, small chimes, cheerful outlook & specific enquiries
Euclid James (Motorhead/Motorishi) Sherwood--pop star, frenetic tenor sax stylings, tambourine, choreography, obstinance & equipment setter-upper when he's not hustling local groupies
Special thanks to:
Ruth Komanoff who plays marimba and vibes with Artie on many of the tracks, and
Nelcy Walker the soprano voice with Ray & Roy on Dog Breath & The Uncle Meat Variations
Uncredited:
Pamela Zarubica as Suzy Creamcheese
Il Capolavoro dei Van Der Graaf Generator

Quarto ed immenso album di una band ormai consacrata alla leggenda! Il leader del gruppo è il "necromante"(così si definiì egli stesso) Peter Hammill, un vero e proprio genio del canto drammatico che aveva come musa ispiratrice il menestrello Tim Buckley.
La band suona senza chitarra (solo qualche accenno del sublime ospite Fripp), al suo posto si trova la Tecnica e la Fantasia del sassofono di Jackson che crea riff dall'intensità unica, caotica e terrificante.
Il suono è quello di un "Dark Progressive" con sfondi goticheggianti, tinti dall'organo di Banton e dall' incalzare della batteria di Evans.
Ma veniamo al significato del disco: l'immensità del cosmo e l'infimità dell' uomo…. Hammill era solito rimanere in disparte e pensare in solitudine ai misteri dell'esistenza, a quanto è inutile ogni singola vita, al perchè si vive se tanto destinati a morire, al regredire progredendo dell'umanità…
Hammil riflette sull'impotenza dell'uomo nei confronti del Fato, nella crudeltà della vita e nella misticità della morte.
Nel primo e drammatico pezzo, "Lemmings", il nostro Hammill canta con un'indiscutibile rabbia e tristezza. Sotto di lui il sax di Jackson scandisce il destino atroce dell'umanità: per la prima volta ci assale una sensazione di vuoto interiore e di caos esteriore…
La successiva "Man-Erg" è una riflessione sul non sapere in realtà chi siamo, Hammil sente dentro a sè angeli, killers e altre strane creature, tutte a formare il suo enigmatico carattere.
Il piano ha ruolo dominante nell'apertura del brano, la voce di Peter canta dolcemente fino a quando viene stravolta da un'ossessionante e a tratti sgradevole (ma sisuramente voluto) riff di chitarra dell'ospite Fripp: sicuramente un pezzo che scaturisce dall'inconscio, e che non può non lasciarvi attontiti e sbalorditi!
Ma il pezzo forte dell' album è sicuramente "A plague of l'ghthouse keepers". La solitudine e l'impotenza di un uomo perso in mare aperto, le oniriche visioni che si manifestano a lui, la voglia di continuare a vivere nonostante la morte imminente: questi sono i temi esistenziali tradotti in musica dal geniale Hammill. La traccia dura ben ventiquattro minuti ed è suddivisa in molte parti ognuna diversa musicalmente dalle altre, ma disperata e drammatica, a creare un unico insieme di desolazione davanti alla crudeltà della vita.
"Sto ancora aspettando il mio salvatore, le tempeste fanno a pezzi i miei arti… Sono un uomo solitario, la mia solitudine è reale, i miei occhi hanno prodotto una nuda testimonianza e ora le mie notti sono contate…"
Il mare su cui l'uomo è disperso è forse l'inconscio, infinita e sconosciuta dimensione nel quale prendono forma i nostri incubi e sogni.
Qui sotto allego la parte che stimo come più drammatica ed evocativa del pezzo, del disco e di tutto il periodo progressive, vi consiglierei di ascoltarla e lasciare alla mente libero pensiero:
"Non voglio odiare
Voglio solo crescere
Perché non posso lasciarmi
Vivere ed essere libero?
Invece muoio lentissimamente da solo
Non conosco altre vie
Ho così tanta paura
Me stesso non mi lascia essere
Solo me stesso
E così sono completamente solo…"
mercoledì 27 dicembre 2006
Cinematograficamente parlando

Un gruppo di diciotto uomini decide di abbandonare il povero quartiere di Helsinki dove vivono per raggiungere il ricco quartiere di Eira che si trova vicino al mare. Un viaggio che dovrebbe essere tranquillo si trasforma in un'incredibile avventura, dove alcuni di loro perdono la vita, altri, disperati, abbandonano il gruppo. Sopravviveranno alla fine soltanto in quattro che raggiunta la meta, delusi, si imbarcheranno per l'Estonia e si ritroveranno al Circo Barnum
Finlandia, 1985, Commedia, 78 min
Regia di Aki Kaurismäki
con (da sinistra a destra nella foto)
Puntti Valtonen aka mr.crown
Matti Pellonpää aka dust
Sakke Järveripää aka morphine
Pirkka Pekka Petelius aka pressapoco
dichiara aki all'uscita del film:
"Il mio primo film, Delitto e castigo, aveva avuto un grande successo. Tutti i critici finlandesi mi aspettavano al secondo film per pugnalarmi alla schiena. Io li ho presi in contropiede realizzando un film del tutto diverso, Calamari Union, e la sera della prima ho scoraggiato tutti dall'andare a vederlo: ripetevo a tutti che si trattava di un pessimo film e invitavo la gente a lasciare la sala. La tattica si è mostrata fruttuosa e così lo faccio sempre di nuovo quando il film viene proiettato da qualche parte."
il parere della critica:
"All'opposto di Delitto e castigo, Calamari Union è un film tutto sopra le righe, pervaso da uno spirito istrionico e da una logica interna in parte imperscrutabile, di gioco e di rimandi. Aki trasforma Helsinki, una città in fondo con poco più di 500mila abitanti, in una metropoli sfaccettata, a cerchi concentrici, quali i gironi dell'inferno dantesco, che i diciotto Frank osano un giorno attraversare, pagando con la propria vita. La città si presenta come una entità mostruosa, popolata da persone e oggetti di morte: un mondo in cui nessuno si cura più degli altri, in cui si muore per strada come cadono sacchi di patate. Nel vano tentativo, in forma di sogno o di incubo, di rompere i ponti con il passato e di conquistare un posto al sole della società."
Francesco Bono, Cinema Finlandia, Roma 1989
ci si vede a helsinki come da accordi. partenze separate
Uno Zappa al giorno leva il medico di torno (ct. Anonimo livornese) - Capitolo 6Mothermania: The Best of the Mothers
(The Mothers Of Invention, March 1969)
Side 1
- Brown Shoes Don't Make It 7:26
- Mother People 1:41
- Duke Of Prunes 5:09
- Call Any Vegetable 4:31
- The Idiot Bastard Son 2:26
Side 2
- It Can't Happen Here 3:13
- You Are Probably Wondering Why I'm Here 3:37
- Who Are The Brain Police? 3:22
- Plastic People 3:40
- Hungry Freaks, Daddy 3:27
- America Drinks And Goes Home 2:43
Solo in edizione spagnola:
- Who Needs The Peace Corps? 2:34
- Concentration Moon 2:27
martedì 26 dicembre 2006
Un uomo, un mito - Charles Bukowski

Per avere una biografia di Henry Charles Bukowski, il modo più corretto è sicuramente quello di leggere e analizzare tutti i suoi racconti e romanzi, in quanto, praticamente tutta la sua produzione (tolto il romanzo Pulp e poco altro), è autobiografica e incentrata sulle sue vicissitudini. Bukowski scrive di sé, di quello che lo circonda e gli accade in una vita non certo semplice. I temi principali sono: la visione disincantata del “sogno americano” e della sua ipocrisia, la sua mania per le corse dei cavalli, le sue bevute colossali, le avventure e i suoi pensieri sessuali, la descrizione dei suoi lavori e degli ambienti dove venivano svolti, le volte in cui ha sfiorato la morte, i suoi rapporti interpersonali e lo squallore della vita negli ambienti poveri, periferici e marginali, ma anche di quelli benestanti come Hollywood e delle persone dell’ambiente cinematografico.
Prendendo spunto dall’Arturo Bandini di John Fante, di cui era lettore nonché amico, Bukowski usò l’alter ego di Henry Chinaski per descrivere all’interno dei suoi libri storie della sua vita reale. Per questo motivo, in questa biografia, impossibilitato dallo scrivere migliaia di pagine, mi sono occupato più che altro di delineare aneddoti e di tracciare a grandi linee i momenti fondamentali della vita dello scrittore. Ho quindi tralasciato di citare la quasi totalità delle opere bukowskiane, gli anni di pubblicazione e le trame di queste. Henry Charles Bukowski Jr. nacque a Andernach, una piccola cittadina tedesca nelle vicinanze di Colonia, il 16 Agosto del 1920, ma si trasferì a Los Angeles, dove vivrà la maggior parte della sua vita, con la famiglia alla tenera età di due anni. Figlio di Henry Bukowski Sr, un ex artigliere americano di origine tedesca, e di Katherine Fett, una donna tedesca, fin da piccolo Buk dimostrò di avere un carattere ben preciso: ribelle, ma schivo e introverso, a sei anni mise in mostra già una certa inclinazione per la scrittura, ebbe difficoltà di inserimento e venne spesso deriso e allontanato dai suoi coetanei per il suo lieve accento tedesco. Henry Sr., quando si congedò dall’esercito e si trasferì, portando con sé tutta la famiglia, ebbe molti problemi a trovare un lavoro. Erano gli anni della depressione e fu soprattutto per la sua frustrazione che se la prendeva con il piccolo Henry Jr, maltrattandolo, picchiandolo in ogni occasione e proibendogli addirittura di frequentare i suoi coetanei. Queste privazioni e questo trattamento sono, probabilmente, alla base dei comportamenti seguenti dello scrittore anche se, come poi vedremo, è anche vero che Charles dovrà la vita all’aiuto del padre. Il giovane Bukowski frequentò la Junior High School, dove non passò inosservato e i professori di lui ricordano soprattutto lo sguardo sardonico e il suo ghigno critico. Fu in quegli anni che Bukowski ricevette il suo primo “premio” letterario. Si trattava di una semplice relazione su di una visita del presidente Hoover alla sua scuola e Charles scrisse la migliore dell’intero istituto. Quello che stupisce ancor di più, e che stupì enormemente il suo professore, fu che Bukowski, a quella visita, non era nemmeno presente. Parlando dell’occasione fu lo stesso Buk a dirci che il suo docente “Rimase veramente sbalordito quando ammisi candidamente che non mi ci ero recato”. Nel 1933, quando l’autore aveva solo tredici anni, Henry incominciò il suo rapporto “amoroso” con l’alcol , rapporto a cui sarà fedele fino all’ultimo giorno della sua vita, e iniziò a frequentare una banda di teppistelli. Tornava a casa ubriaco e il padre lo costringeva a dormire in garage per punizione.
A proposito del rapporto con i genitori è interessante sapere il pensiero dello scrittore nei confronti del proprio nome: “Henry mi ha stancato perché i miei genitori mi chiamavano solo per fare qualche commissione o perché dovevano picchiarmi. Charles è O.K. solo sulla pagina scritta. E’ un gran pasticcio. Così dico alla gente di chiamarmi Hank. Il, bravo, vecchio Hank”. Appena quattordicenne, nel 1934, scrisse il suo primo racconto su di un asso dell’aeronautica della prima guerra mondiale: il barone Von Richtofen, personaggio per metà reale e per l’altra metà immaginario. E’ sempre in questo periodo che Charles iniziò a fare i conti con una terribile forma di acne che lo lasciò “deturpato” per il resto della sua vita e che, abbinato alla infelice vita familiare, lo rese sempre più depresso. A tal proposito lo scrittore scrisse: “Il mio viso, il torace e la schiena erano copiosamente coperti di pustole grosse come chicchi d’uva. Ero il brutto del vicinato. Tutto questo mentre gli altri miei coetanei incominciavano a toccare le ragazzine...”. Frequentò, quindi, la L. A. High School dove a diciotto anni, nel 1938, si diplomò senza lode, né infamia e subito dopo venne assunto, come magazziniere, alla Sears e Roeblick. L’autore spiegò il perché si licenziò dopo appena una settimana con queste parole: “Come si spiegavano quelle vite da operaio senza alcun senso? Esseri che nell’application form non avevano avuto difficoltà a dichiararsi FELICI di lavorare un’intera vita alle dipendenze della Sears. I Capi? Senz’anima e di mediocre intelletto, implacabili con i subalterni. Leggendo Céline si consolidò il mio incondizionato rifiuto per ogni forma di lavoro regolamentato”. La decisione di lasciare il lavoro non fu ben accolta dal padre di Henry e fu la causa per cui, nel 1940 quando l’autore aveva vent’anni, iniziò la vita del Bukowski che conosciamo. Le cose andarono così: un pomeriggio, Charles tornò, come al solito, a casa molto ubriaco e arrivato in procinto del proprio giardino vide il padre che gettava sul prato i fogli dove erano scritte le sue poesie e i suoi racconti. Alla vista del figlio il padre gli scagliò addosso, urlando come un ossesso, la macchina da scrivere e Buk fece giusto in tempo a raccogliere i suoi fogli, la sua macchina da scrivere e qualche dollaro che la madre si affrettò a dargli, prima di andarsene per sempre dalla casa paterna.
Da questo momento, e per due anni, iniziò l’unico periodo in cui Bukowski si allontanò dalla sua amata Los Angeles per un lungo periodo. Avvenne il suo esordio letterario grazie alla rivista Underworld, che gli comprò un racconto per appena un dollaro e cinquanta centesimi. Sempre ubriaco, in questi anni lo troviamo a New Orleans, a San Francisco e a St. Louis dove dimora in una pensione-bordello di tagliagole filippini e in cui si sosterrà facendo delle commissioni per i proprietari del bar da lui frequentato, il Glenview, che lo ripagavano in bevute. Fra i lavori conosciuti citiamo: il lavapiatti, il facchino e il posteggiatore, ma queste occupazioni non lo fermarono dal continuare a scrivere. Spesso si trovò a dormire sulle panchine dei parchi pubblici o dove capitava e la sua vita assomigliava sempre più a quella di un barbone. A Philadelphia, venne prelevato dall’FBI e arrestato per un’accusa di draft-dodgin, ovvero renitenza alla leva con la motivazione che non aveva tempestivamente comunicato i suoi spostamenti. Tutto ciò avvenne durante l’attacco di Pearl Harbour, in piena seconda guerra mondiale, ma venne presto scarcerato quando i militari accertarono che la mancata comunicazione non era avvenuta volontariamente. Bukowski ricordò l’episodio in questo modo: “Non fu certo un trauma, ero solo sorpreso di come la vita fosse facile lì dentro quanto incomprensibile fuori”. Nel 1943, sempre a Philadelphia, all’età di 23 anni il giovane Charles conosce il sesso per la prima volta: “Con una donna che pesava più di cento chili”. Nel frattempo il padre di Bukowski descriveva ai vicini le eroiche azioni del figlio nella seconda guerra mondiale. I suoi primi racconti e le sue prime poesie vennero pubblicate da giornali come Story, ma furono soprattutto le riviste underground a dargli le maggiori possibilità di essere letto. Dopo aver cambiato decine di lavori di cui parlerà nel libro Factotum, nel 1944 inizia il difficile rapporto con alcolizzata Janet Cooney Baker, che durerà più di dieci anni, ed è in questo periodo che venne assunto all’ufficio postale (dalla cui esperienza poi Hank trarrà il famosissimo Post Office). Sempre del 1944 è la pubblicazione del racconto “Aftermath of a length Rejection Slip” sulla leggendaria rivista Story. Poco dopo, in seguito a una colossale sbornia con la sua compagna, Bukowski venne ricoverato in condizioni critiche per una emorragia dalla bocca e dal retto. Salvatosi per il rotto della cuffia da questo episodio grazie a una trasfusione di sangue donatogli dal padre, lo scrittore iniziò a frequentare gli ippodromi nel tentativo di allontanarsi dall’alcool. Finì, invece, per aggiungere un altro vizio e diventò un assiduo scommettitore. Passò quasi tutte le sue giornate negli ippodromi dove si ubriacò regolarmente.
1959 gli vennero pubblicate otto poesie dalla rivista Harlequin e la direttrice di questa rivista, Barbara Frye, invaghitasi di lui, propone a all’autore di sposarla tramite corrispondenza. Charles accetta, ma il loro matrimonio naufragò dopo appena due anni. Il 1962 è un anno molto importante in quanto venne pubblicata, da parte dell’editore John Webb, la sua prima raccolta di poesie: It Catches my Heart from my Minds, tradotta in Italia solo parzialmente nell’edizione del 1986 fatta dalla Mondadori, nella collana Oscar Mondadori, e intitolata Charles Bukowski, Poesie. Dopo la morte del padre per infarto e la tragica fine di Jane Baker che viene stroncata dall’alcol, Hank cade in uno stato di profonda depressione e le sue tendenze suicide prendono sempre più sostanza.
Nonostante questo continuò a collaborare con molte riviste underground come Epos, Outsider Breakthru e, anzi, ad aumentare i suoi contatti. Nel settembre del 1964 nasce sua figlia Marina, frutto di una breve relazione con una giovane poetessa di nome Frances Smith.
Incomincia un periodo di fondamentale importanza per Charles.
Prima iniziò la collaborazione con la rivista settimanale Open City, dove i suoi commenti, le sue storie e le sue velenose critiche verranno poi raccolti nel libro omonimo al nome della rubrica da cui è tratta Notes of Dirty Man (Taccuino di un vecchio sporcaccione) che raccoglieranno un grande consenso da parte dell’ambiente della protesta giovanile. Questo primo assaggio di notorietà e la conoscenza di John Martin furono la svolta decisiva per la vita di Hank.
Poi, John Martin, un manager con la passione per la letteratura, rimase talmente affascinato da Bukowski e da quello che scriveva che gli propose di lasciare il suo posto all’ufficio postale e a dedicarsi interamente alla scrittura. Martin si sarebbe occupato di tutta l’organizzazione, di promuovere, di commercializzare le sue opere e si sarebbe anche preoccupato di versare a Buk un assegno periodico (100 dollari al mese. Cifra che per l’autore era quasi un sogno) come anticipo per i diritti d’autore. Fu l’uomo della provvidenza per lo scrittore che, già stanco di quel lavoro per conto suo, ovviamente accettò. Tutto questo accadeva nel 1969, quando il buon Charles aveva già 49 anni e fu sempre in quel periodo che l’autore si separò anche da Linda King, la sua compagna dell’epoca, donna di cui parlerà in Woman (Donne). Visti i primi, buoni, risultati ottenuti, il manager fondò la Black Sparrow Press e iniziò a stampare tutta la produzione di Hank. Prima in Europa e poi anche in America, in pochi anni il fenomeno Bukowski esplose alla grande. L’unica cosa che non andava era il fatto che per promuoversi l’autore era costretto a fare letture pubbliche che Bukowski viveva come un vero e proprio tormento. A tal proposito il suo pensiero era: “I momenti prima di cominciare erano un incubo: dovevo sempre ubriacarmi pesante e vomitare”. Anche se, come lui stesso ci disse, erano un incubo, questi readings poetici ebbero il merito di fargli conoscere Linda Lee Beighle, unica donna che riusci a limitare un minimo le tendenze autodistruttive di Hank e che l’accompagnò fino al momento della sua morte. a conobbe, infatti, durante una lettura, particolarmente sofferta, del 1976. Di lei disse: “Linda era stata mandata dagli dei per salvarmi la vita”. I periodi peggiori erano ormai passati, l’autore viaggiava velocemente verso uno stato di agiatezza che gli avrebbero permesso di vivere gli ultimi anni della sua vita nel modo che aveva sempre sognato: buon vino, tranquillità, le corse all’ippodromo e mai alzarsi prima di mezzogiorno che Charles definiva “Il segreto per essere un grande scrittore”. La leggenda di Buk era ormai una realtà, ma comunque il vecchio Hank restava sempre lui. E’ interessante, per es., quello che scrisse ricordando la volta che andò a vedere il film di Marco Ferreri (1981) ispirato al libro, forse, più famoso dell’autore e che recava l’omonimo titolo: Tales of Ordinary Madness (Storie di Ordinaria follia). Questo è il suo ricordo di quella serata: “Mi recai al cinema con Linda: che impressione quando vidi il titolo. Poi una sensazione di essere in trappola: tutta quell’insopportabile gente che domandava autografi. Per fortuna uno capì e mi porse una bottiglia di whiskey. In verità ero già parecchio ubriaco. Il film? Linda mi ha detto che alla fine della proiezione urlai “Buttatelo al cesso”. In più non mi pagarono neanche un dollaro...” In seguito a questa esperienza furono decine i rifiuti di Bukowski a proposte di riduzioni cinematografiche, fino a quando, nel 1987, non capitolò all’offerta del regista Barbet Schroeder di rappresentare la vita del giovane Bukowski-barbone. Il film venne intitolato Barfly, supervisionato da Francis Ford Coppola, e gli interpreti furono Mickey Rourke e Faye Dunaway. Inutile dire che il film non gli piacque per niente, in special modo la sua interpretazione da parte di Mickey Rourke. Gli ultimi anni della sua vita furono vissuti nella più totale agiatezza , ma le sue condizioni di salute peggiorarono continuamente. Nonostante questo la sua vena letteraria rimane prolifica e continuò a scrivere e a pubblicare le sue storie nonostante che nel maggio 1988 s’ammalò di tubercolosi. La sua morte avvenne in un ospedale di San Pedro, per leucemia, il 9 marzo del 1994, quando l’autore aveva 73 anni. Fanno ormai parte delle leggenda le sue ultime parole: “Ti ho dato tante di quelle occasioni che avresti dovuto portarmi via parecchio tempo fa. Vorrei essere sepolto vicino all’ippodromo... per sentire la volata sulla dirittura d’arrivo”.Progressioni musicali

Wobbler - Hinterland
Track listing
1. Serenade For 1652 (0:41)
2. Hinterland (27:47)
3. Rubato Industry (12:45)
4. Clair Obscur (15:37)
Total Time: 56:50
- Lars Fredrik Froislie / keyboards, glockenspiel
- Martin Nordrum Kneppen / drums, recorder
- Kristian Karl Hultgren / bass, alto & tenor saxophone
- Tony Johannessen / vocals
- Morten Andreas Eriksen / electric & acoustic guitars, mandolin, tambourine, kazoo
Guest musicians:
- Ketil Vestrum Einarsen / flutes, vocals
- Ulrik Gaston Larsen / Theorbe, Baroque guitar
- Paulina Fred / recorder
- Aage Moltke Schou / percussion
CD Laser's Edge LE1041 (2005)
Hinterland, ovvero la terra che sta dietro, il mondo nascosto, uno spazio fantastico a cui l'ascoltatore è introdotto fin dalla copertina (un primo richiamo ai Gentle Giant), fatto di paesaggi sonori impalpabili ed eterei, pieni di influenze folk e classiche, tanto che i paragoni che vengono in mente per primi sono quelli con gruppi come PFM o Il Balletto di Bronzo.
Inseriti senza dubbio in quella scena scandinava che vede come cardine gruppi quali Anglagard ed Anekdoten, i Wobbler hanno si somiglianze con le band citate, ma sanno dare anche un piacevole tocco dark al proprio sound, riuscendo a non farlo sembrare un debole tentativo di inseguire sonorità settantiane (molto presenti durante tutta la lunghezza dell'album).
Le tastiere di Lars Fredrik Frøislie fanno di tutto per creare piccoli gioielli sinfonici, sorrette da un'ottima sezione ritmica (opera di Martin Nordrum Kneppen alla batteria e di Kristian Karl Hultgren al basso). Forse, a volerla dire tutta, tutte le composizioni sono un po' troppo keys-oriented, e questo di tanto in tanto fa perdere alla musica sia un po' di mordente che un po' di varietà. Niente di grave, visto che nella splendida title track (28 minuti di durata) si alternano passaggi meditati ad altri dove la splendida chitarra di Morten Andreas Eriksen si diverte a tessere complicati arabeschi della più raffinata fattura.
Stravaganza e fedeltà allo spirito progressive sono il biglietto dei Wobbler, un gruppo che, se si era messo in testa di non riscrivere la storia della musica ma di divertire l'ascoltatore con il proprio affresco sonoro, ha raggiunto a pieno il suo obiettivo.
(The Mothers Of Invention, LP, Bizarre/Verve V6-5055, December 2, 1968)
- Cheap Thrills 2:20
- Love Of My Life 3:17
- How Could I Be Such A Fool 3:33
- Deseri (Collins/Buff) 2:04
- I'm Not Satisfied 3:59
- Jelly Roll Gum Drop 2:17
- Anything (Collins) 3:00
- Later That Night 3:04
- You Didn't Try To Call Me 3:53
- Fountain Of Love (FZ/Collins) 2:57
- "No. No. No." 2:27
- Anyway The Wind Blows 2:56
- Stuff Up The Cracks 4:29
Apostolic Studios, NYC
December, 1967-February, 1968
Produced by Frank Zappa
Engineered by Dick Kunc
Cover by Cal Schenkel
Ray Collins--lead vocals
FZ--low grumbles, oo-wah and lead guitar (plus uncredited drums, piano & bass)
Roy Estrada--high weazlings, dwaedy-doop & electric bass
Don Preston--redundant piano triplets
Ian Underwood--redundant piano triplets & tenor and alto sax
Motorhead Sherwood--baritone sax & tambourine
Bunk Gardner--tenor and alto sax
Jimmy Carl Black--lewd pulsating rhythm
Arthur Dyer Tripp III--lewd pulsating rhythm
+
Jay Anderson--1984 mix new string bass tracks
Arthur Barrow--1984 mix new bass tracks
Chad Wackerman--1984 mix new drums tracks
lunedì 25 dicembre 2006

Uno Zappa al giorno leva il medico di torno (ct. Anonimo livornese) - Capitolo 4
Lumpy Gravy
(Frank Vincent Zappa, May 1968)
1. LUMPY GRAVY PART ONE 15:48
- The Way I See It, Barry [0:00]
- Duodenum [0:06]
- Oh No [1:38]
- Bit Of Nostalgia [3:41]
- It's From Kansas [5:16]
- Bored Out 90 Over [5:46]
- Almost Chinese [6:17]
- Switching Girls [6:42]
- Oh No Again [7:11]
- At The Gas Station [8:24]
- Another Pickup [11:05]
- I Don't Know If I Can Go Through This Again [11:59]
2. LUMPY GRAVY PART TWO 15:51
- Very Distraughtening [0:00]
- White Ugliness [1:33]
- Amen [3:55]
- Just One More Time [5:28]
- A Vicious Circle [6:26]
- King Kong [7:38]
- Drums Are Too Noisy [8:21]
- Kangaroos [9:19]
- Envelops The Bath Tub [10:16]
- Take Your Clothes Off [13:58]
Orchestra:
Capitol Studios, Hollywood
February 13 & March 14-16, 1967
People inside the piano:
Apostolic Studios, NYC
October, 1967
Produced by Frank Zappa
Original sessions produced by Nick Venet
Engineered by: Joe, Rex, Pete, Jim, Bob, Gary & Dick Kunc
Liner put together by Cal Schenkel
The ABNUCEALS EMUUKHA electric SYMPHONY orchestra & CHORUS
with maybe even some members of the mothers of invention
PIANO, CELESTE, ELECTRIC HARPSICHORD:
Paul Smith
Mike Lang
Lincoln Mayorga
Pete Jolly
DRUMS:
Johnny Guerin
Frankie Capp
Shelly Manne
PERCUSSION
(Gongs, Bells, Vibes, Marimba, Timpani, Timbales & assorted insanity):
Emil Richards
Gene Estes
Alan Estes
Victor Feldman
Kenneth Watson (uncredited)
Thomas Poole (uncredited)
WOODWINDS
(Flute, Bass Flute, Piccolo, Oboe, English Horn, Eb Clarinet, Bb Clarinet, Bass Clarinet, Contrabass Clarinet, Alto Sax, Bass Sax, Bassoon & Contrabassoon):
Ted Nash
Jules Jacob
John Rotella
Bunk Gardner
Don Christlieb
Gene Cipriano
FRENCH HORNS:
Arthur Maebe
Vincent De Rosa
Richard Perissi
Arthur E. Briegleb (uncredited)
David A. Duke (uncredited)
George F. Price (uncredited)
TRUMPET:
Jimmy Zito
TROMBONE:
Kenneth Shroyer
Lew McCreary (uncredited)
GUITARS:
Jim Haynes (prob. James Helms)
Tommy Tedesco
Tony Rizzi
Al Viola
Dennis Budimir
BASS:
Bob West
John Balkin
Jimmy Bond
Lyle Ritz
Chuck Berghofer
STRINGS:
Sid Sharp--violin
Alexander Koltun--violin
Tibor Zelig--violin
Ralph Schaeffer--violin
Bernard Kundell--violin
William Kurasch--violin
James Getzoff--violin
Arnold Belnick--violin
Leonard Malarsky--violin
Harold Ayres--violin
Jerome J. Reisler--violin
Phillip Goldberg--viola
Leonard Selic--viola
Harry Hyams--viola
Joseph DiFiore--viola
Jerome A. Kessler--cello
Raymond J. Kelley--cello
Joseph Saxon--cello
Jesse Ehrlich--cello
Harold G. Bemko--cello
CHORUS:
Louie The Turkey
Ronnie Williams
Dick Barber "Foon The Younger"
Roy Estrada
Spider (Barbour)
Motorhead
J.K. & Tony
Gilly (Townley) and the girls from Apostolic (Maxine, Becky)
All Night John (Kilgore)
The other John (Townley)
Cal
Pumpkin
Larry Fanoga
Monica
Jimmy Carl Black (the Indian of the group)
ALSO:
Sammy (Whiteside)
Harold (Kelling)
Charlie (Phillips)
Bruce (Hampton)
and the rest of the guys from Atlanta
SPECIAL THANKS TO:
Sid Sharp conductor
Bob Ross arranger
Smiling Jack
Ben Barrett contractor
Normal
Max
my pumpkin
Hurby
John Judnich
domenica 24 dicembre 2006
Seguendo le orme di Giorgio
Giulio Casale (già leader degli Estra) racconta ispirandosi certamente ai 'La Crus' ma riuscendo a fare sua questa musica (come amo definire io) poetico/alternativa/cantautoriale senza scopiazzare più di tanto ma solo ispirandosi quanto basta e quanto sia giusto che sia.
Le 13 canzoni di "In fondo al blu" hanno quel sapore di nostalgia, di amore ma anche di agrodolce ironia come possiamo sentire nella nona traccia, "Sbarre sui denti" che ricorda la vecchia scuola di 'Giorgio Gaber' anche grazie alla magnifica partecipazione artistica dell'attore Roberto Citran nella parte dell'Italiano un pò confuso davanti ad alcune leggi in vigore nel nostro bel paese; in "So che non so" Giulio si mette completamente a nudo parlando di se stesso, dei suoi giorni e del suo futuro; "Ora o mai più", una delle canzoni più toccanti, è un invito a lanciarsi senza paura dentro la vita e riscoprirne il suo splendore, mentre, "L'uomo col futuro di dietro" (il singolo dell'album) è una canzone narrativa, speranzosa e onirica nello stesso tempo, molto rilassante e delicata.
La semi/acustica "All I want to be" è l'unica canzone in inglese mentre la bonus track "Il caso di uno vicino a se stesso" è l'unica canzone più rock ed è anche una delle più riuscite. Questi sono gli artisti che la gente dovrebbe ascoltare perchè questi sono gli artisti che sanno regalare emozioni vere con parole vere e senza cadere sul banale, sul volgare o sul "sanremese".
Evviva la musica che viene dal cuore! Evviva Giulio Casale!
p.s.
Naturalmente vi consiglio vivamente il disco!

Giulio Casale - In fondo al blu
Leggendo e rileggendo

Giorgio Manganelli
Centuria
Adelphi - Collana: BA - Biblioteca Adelphi
n. 308 - Pagine 316 - Formato 14x22 - Anno 1995 - ISBN 8845911527
Note: A cura di Paolo Italia. Con un saggio di Italo Calvino
Caratteristiche: brossura
Note di Copertina
Il presente volumetto racchiude in breve spazio una vasta ed amena biblioteca; esso infatti raccoglie cento romanzi fiume, ma così lavorati in modi anamorfici, da apparire al lettore frettoloso testi di poche e scarne righe. Dunque, ambisce ad essere un prodigio della scienza contemporanea alleata alla retorica, recente ritrovamento delle locali Università. Libriccino sterminato, insomma; a leggere il quale il lettore dovrà porre in opera le astuzie che già conosce, e forse altre apprenderne: giochi di luce che consentono di leggere tra le righe, sotto le righe, tra le due facce di un foglio, nei luoghi ove si appartano capitoli elegantemente scabrosi, pagine di nobile efferatezza, e dignitoso esibizionismo, lì depositate per vereconda pietà di infanti e canuti. A ben vedere, il buon lettore vi troverà tutto ciò che gli serve per una vita di letture rilegate: minute descrizioni di case della Geòrgia dove sorelle destinate a diventare rivali hanno trascorso una adolescenza prima ignara poi torbida; ambagi sessuali, passionali e carnali, minutamente dialogate; memorabili conversioni di anime travagliate; virili addii, femminesca costanza, inflazioni, tumulti plebei, balenanti apparizioni di eroi dal sorriso mite e terribile; persecuzioni, evasioni, e dietro ad una vocale che non nomino, in tralice si potrà scorgere una tavola rotonda sui diritti dell'Uomo.
Se mi si consente un suggerimento, il modo ottimo per leggere questo libercolo, ma costoso, sarebbe: acquistare diritto d'uso d'un grattacielo che abbia il medesimo numero di piani delle righe del testo da leggere; a ciascun piano collocare un lettore con il libro in mano; a ciascun lettore si dia una riga; ad un segnale, il Lettore Supremo comincerà a precipitare dal sommo dell'edificio, e man mano che transiterà di fronte alle finestre, il lettore di ciascun piano leggerà la riga destinatagli, a voce forte e chiara. E' necessario che il numero dei piani corrisponda a quello delle righe, e non vi siano equivoci tra ammezzato e primo piano, che potrebbero causare un imbarazzante silenzio prima dello schianto. Bene anche leggerlo nelle tenebre esteriori, meglio se allo zero assoluto, in smarrito abitacolo spaziale.
Prefazione / Introduzione
Dall'introduzione di Italo Calvino
Era ora. Da vent'anni la letteratura italiana ha uno scrittore che non assomiglia a nessun altro, inconfondibile in ogni sua frase, un inventore inesauribile e irresistibile nel gioco del linguaggio e delle idee: e non era mai stato tradotto in francese prima d'ora. Questo vuoi dire che l'idea che il lettore si è fatto della letteratura italiana negli ultimi decenni mancava d'un dato essenziale: dal momento in cui la sagoma di Manganelli si staglia all'orizzonte, cambiano tutti i rapporti di prospettiva del paesaggio intorno.
Il ritardo è tanto più grave in quanto non si trattava di scoprire un giovane talento in formazione per seguirlo nell'annaspante ricerca d'un'identità. Si può dire infatti che Manganelli sia uscito come Minerva dal cervello di Giove, maturo e armato di tutte le sue doti, dal primo libro Hilarotragoedia, pubblicato quando aveva già quarantadue anni, nel 1964. Ne si può dire che la sua fama in Italia sia rimasta circoscritta agli ambienti letterari più sofisticati: infatti la firma di Manganelli come commentatore paradossale di fatti del giorno è continuamente presente sui giornali e sui settimanali a larga tiratura.
Io Giorgio Manganelli non l’ho mai conosciuto, ma sono convinto che doveva essere un pazzo completo sfuggito ai manicomi. Me lo immagino come un signore educato con una faccia da topo, un po’ grasso e pacifico, che quando gli veniva in mente alle 3 del pomeriggio di andare in giro a segare la testa alle vecchie con la motosega, a tirare martellate sulle dita ai bambini che giocano nei parchi, o quando pensava di suicidarsi in una maniera elaborata, rituale e non comune, si chiudeva in casa e per non far danno stava lì a scrivere.
Uomo pensoso e inutilmente malinconico, ha scritto storie di donne che partoriscono sfere e le nutrono immergendole in graziose vaschette colme di latte, e amorosamente le guardano rimbalzare per la casa. Di un uomo che di mestiere fa il Sognato, e che dovendo comparire anche nei sogni malefici si impegna in ruoli che vanno dal fascista alla strega all’Erode. Di innamorati che dopo essersi amati perdutamente per tre giorni, si incontrano il quarto giorno, quando non si amano più.
Centuria è un libro che fa veramente ridere perché ogni riga fa un solletico terribile al cervello, ma dopo tre o quattro pagine questo solletico diventa un prurito sempre più forte, allora vai avanti a leggere sperando di lenire il prurito, e ti gratti la testa, ma il guaio è localizzato nella scatola cranica, è una cosa senza speranza e senza rimedio, che potrebbe risolversi solo infilandosi delle lime o delle raspe da legno su per le orecchie, ma così ci si ammazza.
Cinematograficamente parlando

Progressioni musicali

Anglagard - Hybris
Track listing
1. Jordrök (11:10)
2. Vandringar i Vilsenhet (11:53)
3. Ifrån Klarhet Till Klarhet (8:04)
4. Kung Bore (12:57)
Bonus track on remastered CD:
5. Gånglåt från Knapptibble (7:19)
Total Time: 51:23
Line-up
- Tord Lindman / guitars & vocals
- Jonas Engdegård / guitars
- Thomas Johnson / keyboards
- Anna Holmgren / flute
- Johan Högberg / bass
- Mattias Olsson / drums & percussion
CD Mellotronen MELLOCD004
CD Mellotronen MELLOC4004 (remastered, with bonus track no. 5)
CD Exergy EX 9
Da amante del rock progressivo non posso che farvi conoscere o comunque farvi apprezzare un disco che considero un encomiabile lavoro di recupero, se così si può definire, "filologico" nei meandri della storia del progressive sinfonico (Genesis, Yes e King Crimson); perchè è questo che fanno gli svedesi Anglagard nel 1992 quando danno alla luce questa gemma nascosta dal nome "Hybris".
E' il loro debutto discografico anche se ciò non si percepisce affatto tanta è la maestria che i 6 scandinavi possiedono. Il disco è dei primi anni '90 ma all'orecchio dell'appassionato potrebbe tranquillamente provenire dalla penna del più ispirato Fripp degli anni '70; i nostri vichinghi però, sia ben chiaro, non copiano nulla dai grandi del passato, ma rielaborano in maniera del tutto originale le basi del symphonic-prog, creando tessuti sonori intriganti, appassionati, nonchè complessi ed elaborati. Altro fatto che mi fa adorare "Hybris" è che si assapora il gusto di un suono vintage riprodotto da strumenti classici quali il mellotron, l'Hammond, il basso Rickenbacker, le chitarre Gibson...
Si parte con "Jordrok", composizione che considero straordinaria e per me la migliore del lotto; l'intro di pianoforte, oscura e al contempo malinconica, ricorda i lunghi inverni svedesi e prepara psicologicamente l'ascoltatore ad un viaggio pieno di meravigliose sorprese. Dopo un minuto circa infatti esplode un riff di chitarra di stampo crimsoniano sostenuto da potenti ritmiche e da tastiere alla Tony Banks che più prog non si può; lo scorrere della canzone ci accompagna attraverso momenti più delicati con tappeti di mellotron e chitarre acustiche frippiane arpeggiate, intermezzi di folk esaltati dal dolce flauto di Anna Holmgren e nuovamente stacchi prog con eleganti e mai banali tempi dispari e decorazioni melodiche.
Il secondo pezzo "Vandringar I Vilsenhet" si apre ancora con il soffice flauto, adagiato su di un delicato mellotron, che introduce atmosfere folk-bucoliche anche qui condite da prestazioni strumentali sopra le righe e per la prima volta sentiamo la voce delicata e decisamente adatta al contesto di Tord Lindman; canta in lingua natia, il che rende ancor più particolare la sua interpretazione. Il terzo episodio, "Ifran Klarhet Till Klarhet", si spiega, dopo pochi secondi di un giocoso motivetto circense, in uno stacco prog pazzesco (ricorda un po' Dance on a Volcano) che non lascia spazio a repliche, seguito da altri e più tranquilli affreschi sognanti, dipinti da una strepitosa intesa tra sezione ritmica (notevole soprattutto il basso), chitarra, hammond, via via verso il finale sempre più enfatico troncato improvvisamente al suo climax quasi per voler lasciare spazio all'ultima grandiosa perla dell'album. "Kung Bore" chiude il cerchio, stupendo chi ascolta con la contrapposizione sfacciata di favolose trame di chitarra classica e sezioni alla Focus/Yes, tanto per intenderci. Il batterista qui ricorda il Bruford di "Larks' Tongues in Aspic", mentre il flauto conferisce nuovamente un'emozione nostalgica al tutto. Dal minuto 6 al minuto 7 mi ricorda parecchio "Echoes" dei Floyd nel passaggio prima del chorus finale.
Questo lavoro è dunque da considerare una risposta a chi ritiene che il prog sia morto? Beh, sicuramente penso che non debba mancare in una qualsiasi collezione "progressiva" che si rispetti; se vi state addentrando da poco nella magia di tale genere, l'album è straconsigliato per apprezzarne l'essenza.
Anglagard significa "giardino degli angeli", nome quanto mai adatto ad artisti di tale caratura.
Progressioni musicali

Gli Echolyn sono senza dubbio una delle migliori band che affollano il variegato panorama del progressive a stelle e strisce e all'inizio degli anni '90 rappresentarono uno dei pochi gruppi a contendere i favori degli appassionati all'ormai mitico trio Anglagard-Anekdoten-Landberk. Autori di veri e propri capolavori del genere quali "Suffocating the bloom" ed "As the world" gettarono nello sconforto gli appassionati quando decisero di sciogliersi a seguito della brutta storia della rescissione del loro contratto da parte della Sony (la quale li aveva messi sotto contratto credendo, chissà, di essere forse al cospetto dei nuovi Backstreet boys... ah quanta sagacia!). Questa vicenda ebbe comunque un'ulteriore spiacevole conseguenza in quanto la Sony impedì qualsiasi ristampa dei primi lavori della band (andati nel frattempo esauriti) che perciò risultarono per lungo tempo irreperibili ad una grande massa di appassionati (ancora ricordo l'emozione provata quando in un negozio trovai una copia usata del loro primo CD...). Fortunatamente da qualche tempo a questa parte le cose sembrano essersi messe molto meglio per il gruppo che si è riformato dando alle stampe gli ottimi "Cowboys poems free", nel 2000, e "Mei", pochi mesi fa. Parallelamente è iniziata anche un'opera di recupero della loro produzione ormai fuori catalogo. Per primo è stato ristampato "Suffocating the bloom" anche se in questo caso la band non ha avuto un comportamento impeccabile nei confronti degli appassionati: la prima stampa presentava infatti una traccia fallata ma è stata inviata lo stesso a quanti avevano pre-ordinato e pre-pagato il disco direttamente presso il sito del gruppo. Ovviamente chi ha aspettato ha potuto comprare, tempo dopo, una seconda stampa non fallata (in pratica i fan più fedeli ed affezionati sono stati gli unici a rimanere fregati...). "A little nonsense now and then" rappresenta il secondo passo fatto dalla band nel settore delle ristampe in quanto raccoglie in un unico cofanetto triplo il primo cd (omonimo), l'EP acustico "...And every blossom", ed il cd "postumo" (realizzato cioè dopo lo scioglimento) "When the sweet turns sour"; a ciò si aggiungono una serie di chicche (inediti, live version e versioni ri-registrate) che analizzeremo in seguito. Prima di entrare nel dettaglio della recensione possiamo già fare una seconda riflessione ancora sulla mancanza di riguardo della band nei confronti dei fan più fedeli. La scelta di pubblicare un triplo cd, a costo non propriamente economico, va infatti a discapito di chi, in qualche modo, magari sborsando bei soldi, era riuscito a procurarsi uno o due di questi CD ed ora, per completare la collezione, deve comprarsi anche dei doppioni (va bene che le versioni sono rimasterizzate, però...). Ancora peggio va a chi possiede già tutti e tre i cd e si trova perciò o costretto a rinunciare alle rarità presenti nel cofanetto o a pagarle a ben caro prezzo (se vogliamo dirla proprio tutta va sottolineato che anche chi non possiede nessuno dei 3 cd si trova comunque costretto a sborsare tutta in una volta una cifra niente male per cui credo che alla fine l'operazione abbia più o meno scontentato tutti...). Sicuramente la pubblicazione di ogni cd singolarmente sarebbe stata l'opzione migliore per tutti ma tant'è... Analizzando il packaging notiamo subito che il cofanetto digipack è di dimensioni extralarge (e pertanto impossibile da piazzare assieme agli altri cd...) ed è caratterizzato da una copertina un po' scialba. La confezione si apre in quattro sezioni 3 delle quali contenenti i cd ed una contenente un booklet che, mi spiace dirlo, rappresenta un ulteriore motivo di delusione dato che al suo interno non sono presenti le riproduzioni delle copertine originali (vorrei tanto sapere perchè...). Fortunatamente passando al lato musicale le cose migliorano decisamente. Il primo cd, come già detto, contiene la versione rimasterizzata del disco omonimo, primo straordinario saggio delle capacità della band, che rappresenta il biglietto da visita che qualsiasi gruppo esordiente vorrebbe poter sfoggiare. Le caratteristiche che renderanno "Suffocating the bloom" e "As the world" dei capolavori assoluti del prog sono infatti già presenti in questo disco seppure in una forma non ancora pienamente compiuta (in fondo seppur piuttosto maturo è sempre il disco di esordio di una band giovane...). La musica degli Echolyn mostra comunque già tutte quelle che saranno le sue peculiarità: il cantato a due voci che in certi intrecci armonici non può non ricordare un certo "gigante gentile" che tanti gruppi statunitensi aveva influenzato negli anni '70, gli interludi di archi, pianoforte e chitarre acustiche a spezzare fasi più concitate ed elettriche, le ritmiche incalzanti, i cambi di tempo spiazzanti e geniali, il tutto a formare un mix piuttosto originale che al classico progressive sinfonico inglese unisce sapientemente il rock americano (la nazionalità del gruppo appare evidente già dalle prime note...). Il secondo disco si apre con i 4 brani che componevano l'EP "...And every blossom", 4 brevi gioiellini acustici, di grandissima poesia ed impatto emotivo, in cui archi e fiati, ottimamente arrangiati, si sposano alla perfezione a piano e chitarra acustica dimostrando come si possa fare del grande progressive anche senza virtuosismi strumentali e suite chilometriche: veramente una prova di gran classe. Sullo stesso CD trova spazio "When the sweet turns sour", una sorta di raccolta uscita dopo lo scioglimento della band, contenente inediti dalle session di "As the world", abbozzi di brani composti per il suo eventuale successore, un paio di tracce live e la quasi omonima cover dei Genesis registrata per il tributo della Magna Carta e mai pubblicata poiché la Sony non aveva più dato la sua autorizzazione. Di sicuro si tratta di una raccolta molto interessante anche se l'effetto che fece al momento della sua uscita fu molto più intenso in quanto sembrava contenere una sorta di testamento spirituale della band sotto forma di inediti che ci mostravano quanto ancora il gruppo avesse da dire e quanto avrebbe potuto dare al nostro genere preferito. Nel terzo disco trovano spazio le cosiddette "chicche", vale a dire l'inedito "Edge of wonder", 3 brani di "Cowboys poems free" in versione live, e le versioni ri-registrate di "As the world", "Suffocating the bloom", "Carpe diem", "Shades". Se l'inedito, per altro piuttosto breve, è un buon brano che tuttavia non lascia certo gridare al miracolo, le tracce live dimostrano, grazie ad esecuzioni grintose e professionali, come gli Echolyn siano un grande gruppo anche dal vivo. Le nuove versioni di 4 brani storici del loro repertorio, inserite in chiusura d'opera, aldilà di ogni considerazione sulla loro utilità, risultano piuttosto interessanti con una menzione particolare per "As the world", proposta in una versione particolare ma davvero bella (anche se l'originale rimane inarrivabile per grinta e feeling...). A chi consigliare, per concludere, questo cofanetto ? Dal punto di vista musicale siamo veramente al di sopra della media per cui se non possedete questi album non esitate a farlo vostro a costo di investire una budget superiore al normale. Se invece possedete già uno o più di questi dischi nessuno può consigliarvi... sarà solo il vostro livello di passione per questo grande gruppo che guiderà la vostra scelta. Io la mia l'ho già fatta...
Track List:
Disco 1:
Chapter 1 - Echolyn
1. Fountainhead (2.57) 2. The Great Men (8.31) 3. On Any Given Night (5.02) 4. Carpe Diem (5.08) 5. Shades (11.08) 6. Clumps Of Dirt (4.24) 7. Peace In Time (6.41) 8. Meaning And The Moment (7.21) 9. Breath Of Fresh Air (3.39) 10. Until It Rains (5.18) 11. The Velveteen Rabbit (7.31)
Disco 2:
Chapter 2 - ...And Every Blossom
1. Bright Sides (3.04) 2. Ballet For A Marsh (4.30) 3. Lunch In The Sun (3.53) 4. Blue And Sand (4.25)
Chapter 3 - When The Sweet Turns Sour
5. 100 Diversions (7.30) 6. Another Day (3.31) 7. Where The Sour Turns To Sweet (5.15) 8. Meaning And The Moment (Acoustic) (4.53) 9. The Currents Of Me (7.27) 10. Patchwork (3.33) 11. This Time Alone (9.09) 12. A Little Nonsense (Live) (7.07) 13. As The World (Live) (6.56)
Disco 3:
Chapter 4 - Edge Of Wonder
1. Edge Of Wonder (Erad-Glitch) (4.09)
Chapter 5 - Live Cowboy
2. Texas Dust (5.34) 3. Swingin' The Axe (3.21) 4. Gray Flannel Suits (5.09)
Chapter 6 - New Versions
5. As The World 2000 (4.36) 6. Suffocating The Bloom 2000 (4.18) 7. Carpe Diem 2000 (6.03) 8. Shades 2000 (14.34)




