sabato 27 gennaio 2007

Citando Enzo




MARIO


Mario, forse l'unica cosa di buono che hai fatto
è non avere voluto figli
così non hai fregato il mondo
tra vent'anni chissà in quanti saremo
in quanti rideremo
ma ci pensi sul treno tutti impazziti
a chiederci dove andremo
Mario, ma tu guarda i miliardi che spendono
a prendere i sassi nel cielo
questi prendono, vanno, vengono,
non fanno niente, è solo un volo
noi quaggiù ci sbraniamo, gridiamo ti amo
ma chi la sente la povera gente
gente, e ognuno la pensa in maniera diversa
ognuno ha la sua testa
per lo meno un figlio ti fa compagnia, ma poi
scappa e vola via
poichè cerca di avere nella terra la luna
son sempre gli stessi ad avere fortuna
Mario, non ti resta che l'amore...
Mario, non ti resta che l'amore...
Mario, io ti vedo alle sei di mattina girare,
te e la tua bicicletta
Mario, due speranze nel cuore, un pò di giardino
un sogno la tua casetta
alla sera ti fermi nel bar quì vicino giusto per bere un bicchiere
e nel bianco degli occhi nel rosso del vino
muoiono le sere
Mario, la domenica arriva sempre in ritardo
pallida e senza fiato
con te spaesato che inciampi negli anni
e affoghi in un fiasco di vino
chi lo sa forse è giusto, forse è sbagliato
forse sarà destino
Mario, non ti resta che ascoltare
Mario, non c'è più la tua canzone
Mario, dicevi adesso io vado
ad aprire l'ultima porta
Mario, dicevi adesso io vado via
forse per l'ultima volta
dicevi adesso io vado, io vado
a dissolvermi in cometa,
quanto basta per non sentire più
il ritmo strano della vita
Mario, io faccio il cantante
e grido, e canto solo idee, ma chi l'ha detto
che è giusto o sbagliato tagliarsi un colpo quì sulla testa
lascia fare alla vita la sua vecchia fatica,
siamo feriti quanto basta.
Mario, non ti resta che ascoltare
l'eco che hanno messo nel finale

Indimenticata Divina Creatura

LAURA ANTONELLI

Nata a Pola nel 1941, svolge a Napoli gli studi liceali, ottenendo il diploma d'insegnante d'educazione fisica. Debutta nel mondo dello spettacolo dapprima in alcuni "CAROSELLI" televisivi, poi nel 1966 si affaccia al cinema ne "LE SPIE VENGONO DAL SEMIFREDDO" di Mario Bava, parodia spionistica con Franchi e Ingrassia e Vincent Price. Nel '69 partecipa a "LA RIVOLUZIONE SESSUALE" di Riccardo Ghione, film del filone contestatario, e ha uno dei primi ruoli da protagonista in "VENERE IN PELLICCIA" di Massimo Dallamano. Dotata di un fisico dal seno generoso e dalle fascinose gambe, inizia a mostrare le sue grazie ne "IL MERLO MASCHIO" (1964) di Pasquale Festa Campanile, che anticipa temi e situazioni de "LA CHIAVE", (un marito frustrato che riesce a trovare una dimensione fotografando la moglie nuda per poter suscitare l'invidia altrui), nel quale recita al fianco di Lando Buzzanca in dialetto veneto, essendo il film ambientato a Verona.


Partecipa a due film francesi, "GLI AMANTI DELL'ANNO 2" (1971) e "TRAPPOLA PER UN LUPO" (1972) di Claude Chabrol, entrambi con Jean Paul Belmondo col quale ebbe una storia sentimentale.
Torna accanto a Buzzanca nel satirico "ALL'ONOREVOLE PIACCIONO LE DONNE" (1972) di Lucio Fulci, che viene sequestrato e tagliato dalla censura per via della somiglianza tra il personaggio di Buzzanca e il ministro Colombo. Nel '73 avviene per Laura l'autentico exploit, interpretando il ruolo di Angela in "MALIZIA" di Salvatore Samperi, storia di una cameriera che si trovera suo malgrado a dover soddisfare le brame di un maturo vedovo siciliano (Turi Ferro) e dei suoi due figli maschi, di cui uno adoloscente (Alessandro Momo) .
La scena in cui salendo sulla scala per spolverare, mostra le splendide gambe in calze nere con la riga e giarettiera, rimane a tutt'oggi il simbolo dell'erotismo anni '70, raccontato al cinema da femmine seducenti e maschi inevitabilmente voyeur.


Il grande successo del film (4 miliardi d'incasso all'epoca), le dà modo oltretutto di essere notata da Dino Risi che la dirige magistralmente in "SESSO MATTO", commedia ad episodi con Giancarlo Giannini, offrendole l'opportunità di dare il meglio di sé. Divenuta ormai l'icona erotica di una generazione, torna a lavorare con Samperi e Momo in "PECCATO VENIALE" (1974), altro successo della stagione, mentre esce finalmente il film di Dallamano con il titolo "LE MALIZIE DI VENERE" e viene affiancata a Raf Vallone in "SIMONA" tratto dal romanzo di Bataille, diretto da Patrick Longchamps, la sua immagine caratterizzata da un misto di forte sensualità e candida innocenza, viene inserita in contesti dannunziani e decadentistici da tre grandi autori quali Luigi Comencini ("MIO DIO, COME SONO CADUTA IN BASSO" 1974) Giuseppe Patroni Griffi, ("DIVINA CREATURA" 1975*) e Luchino Visconti ("L'INNOCENTE", 1976, suo ultimo film).


Verso il termine del decennio, l'ideale erotico degli italiani è costellato "d'insegnanti" e "dottoresse" cosicchè l'Antonelli verrà relegata d'ora in poi principalmente in ruoli da commedia: "LETTI SELVAGGI" (1979), altro film ad episodi diretto da Luigi Zampa, "MI FACCIO LA BARCA" (1980) di Sergio Corbucci, "MIA" (1982) di Carlo Vanzina, "SESSO E VOLENTIERI" (1982) di Dino Risi, "GRANDI MAGAZZINI" (1986) di Castellano e Pipolo, "RIMINI RIMINI" (1986) e "ROBA DA RICCHI" (1987), entrambi diretti da Corbucci.
Successivamente a "CASTA E PURA" (1981), ritroverà Samperi anche nell'inutile "MALIZIA 2000" (1991) che non solo non ripeterà minimamente il successo del film precedente, ma segnerà la sua amara e definitiva uscita dalle scene, causata dalle conseguenze di inadatte cure cosmetiche.

In seguito ci saranno crisi mistiche e tristi vicende giudiziare, solo di recente smentite; ma il pubblico a distanza di anni non dimentica la bellezza di una donna dal carattere tenace, col prepotente desiderio del successo, ma anche cattolica, timida e riservata come poche, capace di regalare sogni ed ironia con la medesima semplicità.

Progressivamente parlando

IQ

Ever



Gli inglesissimi IQ esplorano, dagli anni ’80 e ancor oggi, il lato più romantico del suono progressive, inevitabile quindi confrontarli con i capiscuola incontrastati del settore: Genesis. Di somiglianze ce ne sono a badilate, estrapoliamone un attimo le diversità.

Il cantante Peter Nicholls è una specie di connubio fra Gabriel e Collins. Nome di battesimo a parte, ricorda il primo per la capacità evocativa del canto, soavemente drammatico, però non con il timbro baritonale di Gabriel ma piuttosto su quelle assai più acute di Collins. Pur non essendo intonatissima nè tantomeno fornita di estensione, quella di Nichols è una grande voce progressive, proprio per come sa evocare all’istante atmosfere favolistiche e crepuscolari. Al contrario di Collins, batterista agile e (nei Genesis) pieno di sfumature apprese dalla sua scuola jazz, Paul Cook è invece un perfetto metronomo che conduce le ritmiche ed i passaggi dei brani con teutonica inesorabilità. Il suo strumento è assolutamente in primo piano nel missaggio, grazie anche ad un suono potente e secco, schioppettante direi, in grado comunque di tonificare e irrobustire le partiture ipermelodiche generate dai suoi compagni. Sicuramente un musicista personale e riconoscibile.

Mike Holmes e Martin Orford, chitarrista e tastierista rispettivamente, si ritagliano ruoli del tutto simili a Banks e Hackett: Orford in particolare è veramente un “figlio” di Banks per inventiva armonica e melodica, asservita alla canzone (o alla suite) senza eccessivi pruriti virtuosistici. Jowitt si limita al basso, niente altri strumenti a corde alla Rutheford emblema di chitarrista-prestato-al-basso (e con ottimi risultati!). “Ever” si apre con un capolavoro: i dieci minuti abbondanti di “The Darkest Hour” possono essere considerati la “Musical Box” degli IQ, solo che si sviluppa al… contrario del celebre incipit di “Nursery Crime” nel senso che parte sparata e intensa, si fa più pacata nella parte centrale ed ha una coda di inenarrabile dolcezza con il canto emozionante di Nicholls accompagnato dal piano acustico di Orford e dai sublimi ceselli di Holmes all’elettrica: impagabile!

Il livello dell’album resta ancora altissimo con la suggestiva melodia di “Fading Senses”, che ben presto lascia il posto ad una porzione strumentale, senza più ritornare (purtroppo) al cantato perché missate in assolvenza arrivano le scariche introduttive del terzo pezzo “Out Of Nowhere”, decisamente scialbo. Per fortuna ci si riprende subito con la suite “Further Away” (14 minuti e rotti) con il migliore degli intermezzi strumentali, rigorosamente mai in quattro quarti ci mancherebbe: fuga di sintetizzatore in minore e “apertura” finale in maggiore, più Banksiana di così… ma vero nettare per le sensibili orecchie di chi ama il progressive più romantico. “Ever” continua e poi termina con altri due pezzi, anch’essi pieni di situazioni strumentali in 6/4, 6/8, 9/8… pienamente coinvolgenti in un disco indovinato, equilibrato, ispirato, derivato dai Genesis eppure squisito.


Uno Zappa al giorno leva il medico di torno (ct. Anonimo Livornese) - Capitolo 16

The Grand Wazoo

(The Mothers, November 1972)

  1. The Grand Wazoo 13:20
  2. For Calvin (And His Next Two Hitch-Hikers) 6:06
  3. Cletus Awreetus-Awrightus 2:57
  4. Eat That Question 6:42
  5. Blessed Relief 8:00

Produced by Frank Zappa

Paramount Studios, Hollywood
April-May, 1972

Engineer: Kerry McNab
Special Technical Assistance: Paul Hof

Cover Illustration: Cal Schenkel
Photography: Barry Feinstein & Tony Esparza

venerdì 19 gennaio 2007

Consigliato dal cinefilo


ALEJANDRO JODOROWSKY


Elaborazioni oniriche, paradossi visivi e narrativi, surrealismo metafisico e derive visionarie, sincretismo mistico e simbologie religiose, barocchismi estetici e ricerca formale. Il cinema di Alejandro Jodorowsky è ricco di sfumature; è un labirinto espressivo basato su una lucidità poetica impressionante, una lucidità sensibile però all’immaginazione più estrema, dunque assolutamente libera da condizionamenti.
La carriera di questo cineasta realmente alternativo al sistema, iniziata nel 1967, è composta solamente da sei lungometraggi, tutti degni di nota. Tra questi ben quattro a mio avviso sono dei capolavori: Il paese incantato ('67), El Topo ('71), La Montagna sacra ('73), Santa Sangre ('89). Quella di Jodorowky è una filmografia "altra" rispetto al panorama mondiale del cinema; si situa in un territorio estraneo a quella diffusa idea, tipicamente commerciale, che considera la settima arte semplicemente come un’industria dello spettacolo. La sua poesia visionaria è anarchica, insofferente alle regole del mercato, antagonista rispetto agli schemi sociali, più vicina ad una forma di psico-filosofia dell’espressione artistica che al concetto di "produzione cinematografica". Per tutti questi motivi, si tratta di un autore praticamente sconosciuto alla massa che, oltretutto, non gode neanche tante simpatie presso una certa critica più tradizionale.

Dunque, il fatto che i suoi film circolino nel circuito dei dvd è un evento quasi miracoloso che bisogna evidenziare con molta chiarezza.
Ebbene, l’etichetta RaroVideo ha da poco pubblicato un bellissimo cofanetto comprendente due opere del maestro cileno (figlio di ebrei russi): El Topo e La montagna sacra. Si tratta, come già detto, di straordinari lavori, nei quali una solidissima capacità di narrare attraverso le immagini in movimento si intreccia indissolubilmente ad una cifra stilistica personale e fortemente metaforica. Nel western delirante El Topo, inoltre, si percepisce anche un’interessante tendenza citazionistica non banale (Sergio Leone, Sam Peckimpah, Luis Buñuel), prova evidente di una non sbandierata conoscenza del cinema, fattore che è servito a dare ancora più spessore al suo universo creativo.
La montagna sacra è invece un film che ha sempre generato discussioni e forti contrasti di opinioni. Il mio parere è che sia uno dei lungometraggi più complessi della storia del cinema, una grande architettura visuale/narrativa densa di simbologie alchemiche e mitologiche che bisogna considerare non tanto come un semplice testo filmico ma come una vera e propria opera contemporanea da collocare nella più ampia galassia delle arti visive del Novecento.

I due dvd del cofanetto realizzato da RaroVideo presentano diversi significativi extra e sono accompagnati da un agile, e ben fatto, libro curato da Bruno di Marino, con numerose immagini, ed un’interessante antologia critica.
Uno Zappa al giorno leva il medico di torno (ct. Anonimo livornese) - Capitolo 15

Waka/Jawaka

  1. Big Swifty 17:22
  2. Your Mouth 3:12
  3. It Just Might Be A One-Shot Deal 4:16
  4. Waka/Jawaka 11:19

Produced by Frank Zappa

Paramount Studios, LA
April-May, 1972

Engineered by Kerry McNab
(Under the thoughtful supervision of Marshall Brevitz)

Cover illustration by Marvin Mattelson
(The idea for the sink courtesy Sal Marquez)
Cover photo by Philip Schwartz
Packaging by Cal Schenkel

This album is dedicated to Paul Hof & Barry Keene

martedì 16 gennaio 2007

In tour con i FATTORE ZETA









































































































3° FRANK ZAPPA MEMORIAL BBQ 2006





Per l'ormai consueto appuntamento invernale del DK è stato scelto il primo fine settimana del mese zappiano per eccellenza: Dicembre. Nonostante la familiarità del luogo che con tanta gentilezza e dedizione anche questa volta ci ha ospitato (Hotel Bologna, Mestre), questa volta si respirava un'aria molto diversa dal solito, un misto tra festa e mestizia, nella misura in cui era ormai chiaro per tutti i partecipanti che questa sarebbe stata l'ultima occasione ufficiale per una riunione dell'associazione culturale DEBRAKADABRA, destinata alla chiusura delle attività pubbliche con il prossimo anno 2007. La circostanza ha anche permesso ad alcuni soci della prima ora di intervenire nonostante distanze chilometricamente notevoli, per presenziare e salutare il DK. E' sato senza dubbio emozionante ritrovare nello stesso ambiente alcuni tra i soci fondatori del 1991 ... Maurizio, Andrea, Giorgio ed alcuni storici quali Carlo, Flavio, Pasquale, andrea, Filippo e i due figli Ossi, Rossana, Renato e Caterina ... oltre ai "più giovani" ma sempre straordinariamente presenti nella storia più recente delle ultime manifestazioni zappiane del DK Paolo, Michele R., Michele D., Fabrizio. ... ma andiamo con ordine:
VENERDI' 1 Dicembre 2006: Il programma della prima giornata prevedeva sostanzialmente tre appuntamenti fondamentali. 1 - La proiezione dello straordinario film di Robert Carl Cohen MONDO HOLLYWOOD 2 - La cena conviviale 3 - Il concerto della band milanese YUGEN, che presentava in anteprima il suo nuovo cd intitolato "Labirinto d'acqua"

Di MONDO HOLLYWOOD (1966) si può dire di tutto, ma non che non sia un essenziale tassello (da tempo pressochè introvabile) per comprendere la scena freak di Los Angeles ed, in generale, il movimento culturale che ruotava intorno alla gioventù di quel particolare momento storico ... un momento ben preciso che vedeva contemporaneamente la nascita anche del fenomeno Mothers Of Invention, tanto distante da quel bizzarro behaviour documentato dal film, ma paradossalmente estremamente coeso ad esso nel suo radicale anticonformismo artistico musicale. Certo che la lunghezza stessa del film (120'), non ne ha favorito una facile fruizione per il pubblico presente, ma quando si tratta di approfondimenti su temi legati a Zappa è ormai quasi necessario rassegnarsi ad imbattersi in contorti avvenimenti, documenti e testimonianze che abbisognano di concentrazione e disponibilità d'animo.
Finito con grave ritardo sulla tabella di marcia del "Ristorante da Tura", il ristorante interno all'Hotel Bologna, il film ha condizionato la cena conviviale, rendendola forse un po' frammentaria per i piccoli gruppi di partecipanti che a turno hanno raggiunto i tavoli separatamente (ovvero da chi ha voluto vedere fino in fondo il film e chi invece, stroncato anche da una maratona pomeridiana tra le calli ed i campi di Venezia, aveva già optato per iniziare a mangiare prima della fine di Mondo Hollywood).
Alle 22:20 finalmente l'evento più propriamente musicale della prima serata del BBQ ... il concerto di YUGEN.
Una musica complessa, ricchissima di riferimenti e di suggestioni quella del sestetto lombardo alla cui guida c'è FRANCESCO ZAGO, compositore e chitarrista dalle indubbie qualità, in grado di organizzare un suono compatto e convincente (nonostante alcune comprensibili difficoltà tecniche tipiche di una prima esecuzione assoluta). Hanno stupito le interazioni tra i vari strumenti e la notevole capacità degli interpreti sul palco hanno reso ancor più convincente la performance. Altre fotografie sono disponibili sul sito di MusicaContinua
Fine serata all'insegna delle normali chiacchere zappiane e non, con l'appuntamento fissato per il giorno dopo per l'interessante pomeriggio cinematografico e la grande serata conclusiva con la partita di WAZU ed il concerto di FATTORE ZETA.
SABATO 2 Dicembre 2006: Il programma della seconda giornata prevedeva sostanzialmente tre appuntamenti fondamentali. 1 - La proiezione di RUN HOME SLOW 2 - La proiezione di DERAILROADED 3 - La cena conviviale e la partita di WAZU 4 - Il concerto della band livornese FATTORE ZETA, che presentava in anteprima il suo nuovo cd intitolato "(R)Umori Jazz"

Lo straordinario film di Tim Sullivan ha quindi aperto il pomeriggio "visivo". Inutili i commenti personali su questo B movie che altri non è che un eccezionale film di pura approssimazione narrativa ma con dei momenti di grande cinema. Per tutti i dettagli a riguardo consiglio di visitare la pagina che il DKwebsite ha riservato a RUN HOME SLOW.

Ma Il pezzo forte della rassegna filmica è stato però DERAILROADED, il documentario di Josh Rubin e prodotto da Jeremy Lubin dedicato alla figura di LARRY wildman FISCHER. Un toccante ritratto di un personaggio spesso vittima del fatto di essere stato all'ombra di un artista del calibro di Frank Zappa. Un artista "puro", come lo definisce nel film Mark Mothersbaugh (Devo), con una storia personale davvero tanto inquietante quanto commovente.
Dopo le vicissitudini di Larry wildman Fischer, è andata in scena, durante la seconda cena DK, la prima edizione del nuovo gioco zappiano ... il WAZU.

FATTORE ZETAUn concerto all'insegna del divertimento e della festosa voglia di raccontare "in jazz" uno Zappa multiforme, divertito e divertente. Queste le parole di Michele R, tratte da PojamaPeople:
"Fattore Zeta: ottimi ! cresciuti a dismisura rispetto alla loro prima apparizione sul palco del Bologna.Chiudono la due giorni mestrina regalandoci uno Zappa che mi sono gustato fino all'ultima nota. Presentano il loro nuovissimo cd (R)Umori Jazz, lettura jazz di alcuni grandi classici dello Zio Frank. Abilità tecnica e sano divertissement zappiano. Bravi e basta!"
E questo ... il commento di Pasquale B: "Il concerto del fattore Z è stato poi mirabilmente accompagnato dal "Carmelo Bene" del gruppo. Il grande Andrea Jacoponi che con i suoi travestimenti e la sua espressività ha creato sensazioni notevoli (oscar assicurato Andrea).L'interpretazione di "terapia di gruppo" è stata notevole come notevole l'interpretazione di "Chester gorilla", ma che facevi x caso la comparsa in "Fuga dal pianeta delle scimmie"?"
Altre fotografie della band di Jacopo Giusti sono disponibili qui e qui.
Alla conclusione del concerto, tanta voglia di festeggiare il DK comunque ... ed ecco le foto di rito ... (grazie Dario e grazie Flavio) commentate dal testo di alcune email publicate qualche giorno dopo in PojamaPeople ...

Michele R: Mondo Hollywood video interessante a tratti un pochino pallosetto (parere personale) che mostra le due facce della società americana del periodo.La "bella" e la "brutta" società, artisti,uomini e celebrazioni di serie A e di serie B. Conventions anti-comuniste e freak losangelini. Finalmente so che faccia avevano Carl e Vito Franzoni! o meglio quello che erano in grado di combinare. Personaggi cresciuti neltempo con tutti i loro fasti e gente scomparsa in maniera tragica. Un'apparizione flash di Zappa verso la fine, una Gail davvero carina qua e la, lontana parente dell'attuale capo ZFT.
Derailroaded film già in mio possesso ma senza i preziosi sottotitoli forniti da i soliti/o noti/o è un bel documentario
dai risvolti piuttosto tristi e spesso angoscianti del famoso Wild Man Fischer. La presenza dei sottotitoli mi ha permesso di apprezzarlo ulteriormente.
Cene e ospitalità del Bologna come al solito perfette.
Grand WaZu la tombola zappiana è stata una bella trovata. Non ho vinto una mazza, andavo per 1 al momento in cui qualche fortunello ha urlato Grand Wazu. Tradito dal mio amato Captain Beefheart con la sua faccia da trota. Il Capitano se n'è uscito all'estrazione successiva ovvero al momento della domanda di spareggio (causa di due contemporanei Grand Wazu) per l'assegnazione del primo premio vinto da ... rullo di tamburi ... Concorrenti agguerriti, ilari e preparati.

Michele D: Nessuno mi ha rinfacciato di essere "il traditore del primo giorno che per giunta ha vinto la tombola" ma vi prego di credermi, non avendo il donodell'ubiquità, la decisione di saltare il primo giorno è stata quanto maisofferta. Ma per nulla al mondo sarei mancato il giorno 2.Ora per non far torto a nessuno, non faccio nomi, mi limito a dire che è statauna serata indimenticabile grazie all'apporto
di ognuno di voi. Vi voglio bene, contate su di me.
Ancora Pasquale B: "Beh! Al di la degli scherzi il BBQ è stato notevole, è stato un grande piacere rivedervi tutti e conoscere nuova gente ... magnifica l'idea della tombola nella speranza che questi eventi si ripetano, sotto quale iniziativa non ha importanza, ma sempre in nome di Zappa"

lunedì 15 gennaio 2007

Uno Zappa al giorno leva il medico di torno (ct. Anonimo livornese) - Capitolo 14

Just Another Band From L.A.

(March 1972)

  1. Billy The Mountain 24:47
  2. Call Any Vegetable 7:22
  3. Eddie, Are You Kidding? (Seiter/Volman/Kaylan/FZ) 3:09
  4. Magdalena (Kaylan/FZ) 6:24
  5. Dog Breath 3:38

Pauley Pavilion, UCLA, California
August 7, 1971

Produced by Frank Zappa

Cover by Cal Schenkel
Burger by Sherm Thompson
Cholo by Limon

The Mothers exist of:
Frank Zappa Guitar & Vocals
Mark Volman Lead Vocals
Howard Kaylan Lead Vocals
Ian Underwood Winds, Keyboards & Vocals
Aynsley Dunbar Drums
Don Preston Keyboards & Minimoog
Jim Pons Bass & Vocals

domenica 14 gennaio 2007

Una stella brilla nel cielo: Mark Sandman

Un genio del cinema


Aki Kaurismaki - humor finnico e orrore sociale


Maggio 2006 - Francesco Portesi

(JPG) Due anime convivono in Aki Kaurismäki, due personalità distinte ma destinate a compenetrarsi tra loro senza che l’una prevalga sull’altra: il cinico e il sognatore.
È questa l’essenza dell’opera dell’autore finlandese, la linfa vitale che percorre tutta la sua filmografia e le dona la forza, l’originalità e la profondità che le sono peculiari.
La concezione classica del cinema, propria del regista (Storie tradizionali raccontate alla vecchia maniera: pochi e sobri movimenti della mdp, immagini scarne, un buon montaggio), unendosi allo sdoppiamento che lo caratterizza, genera i due filoni fondamentali della sua produzione filmica: quello realista e quello surreale.
Appartengono indiscutibilmente al primo, il suo esordio cinematografico Delitto e castigo ( Rikos ja rangaistus. 1983 ), tratto dall’omonimo capolavoro di Dostoevskij, e soprattutto la trilogia proletaria o ,come preferisce definirla lui stesso, trilogia dei perdenti (Ombre nel paradiso.1986; Ariel. 1988; La fiammiferaia. 1989).
Emerge da questi quattro film il tema cardine dell’opera omnia di Kaurismäki, il sentimento che maggiormente ha interesse a esprimere : L’orrore della vita, l’orrore della società. La rappresentazione di questo male di vivere e di un disgusto insopprimibile verso le dinamiche malate della società moderna, trova nello stile asciutto ed essenziale del regista, a tratti quasi minimalista, lo strumento ideale per essere potenziata e realizzata al meglio. I tempi dilatati e il ritmo lento e cadenzato da sequenze narrative ben definite, le frequenti inquadrature fisse e la rarità dei movimenti di macchina, la recitazione misurata e fondata sul purtroppo raro principio della sottrazione, anziché su quello più in voga dell’accumulo, la colonna sonora caricata di un’importanza fondamentale e dotata di uno straordinario potere comunicativo: con tali mezzi viene messa in scena un’umanità periferica e marginale per il contesto sociale (proletariato) ed etnografico (la Finlandia), ma in fondo onnicomprensiva e totalizzante per la sua dignitosa tristezza e la sua irreversibile solitudine (“L’isolamento non mi fa niente. E lo sai perché? Sono sempre stato solo” afferma il protagonista di Delitto e Castigo nelle ultime battute del film), tipiche dell’uomo moderno. I suoi personaggi sono tutti dei perdenti, uomini senza qualità destinati a una vita ai margini della società a causa della propria incapacità di aderirvi completamente e di comprenderne i meccanismi. I contatti umani sono rari e la comunicazione si fonda sui gesti e sugli sguardi, più che attraverso le parole: nessuno urla perché in fondo nessuno ascolta e si parla poco perché si ha poco da comunicare. L’unica consolazione è la musica, così come unica speranza è la fuga dall’orrore sociale, verso i luoghi che nell’universo filmico di Kaurismäki hanno la valenza di mitica terra promessa (Estonia e Messico); la speranza e la libertà si ottengono anche attraverso la ribellione del delitto (consumato anch’esso con freddezza e senza alcuna partecipazione emotiva), che porta all’uscita coatta dalla comunità e conduce ad un altro isolamento, a un’ennesima marginalità.
(JPG) Se con la sua parte cinica e realista l’autore finlandese ha rappresentato la disgregazione del suo Paese, mettendo in scena drammi sociali ed esistenziali con sobrietà ed austerità, attraverso il filone surreale fa esplodere con forza la sua personalità più eccentrica: il film manifesto è senza dubbio Calamari Union (1984), improbabile e fallimentare “quête” cavalleresca di un manipolo di personaggi bizzarri (accomunati dallo stesso nome, Frank, e dalla stessa insoddisfazione) votati all’assurdo proposito, proprio per dare una svolta alla propria esistenza, di conquistare un quartiere nella zona ricca di Helsinki. Simile per la medesima atmosfera irreale e sognante, per la vena ironica e stralunata, per una colonna sonora rock-blues di grande intensità e una rara capacità dialogica con l’aspetto visivo è anche l’altro capolavoro surreale di Kaurismäki: Leningrad Cowboys go America (1989). Stesso impianto da road movie, stessa influenza dai b-movies e, ancora una volta, la periferia ed il margine come centri narrativi ed esistenziali. Viene però amplificato un elemento importante che sarà poi ripreso e sviluppato nelle pellicole più recenti: la speranza.
Se il malessere esistenziale e il vuoto di una vita miseranda sono problematiche sempre presenti, lo sguardo surreale e un’ironia pacata e surreale, fredda e spiazzante, gettano su di esse una luce nuova, trasportandole in una dimensione tragicomica, in cui in fondo è possibile trovare salvezza grazie alla solidarietà tra perdenti, a una coscienza non di classe ma di vita: è proprio a questo punto che emerge tutta la grandezza di Kaurismäki. La sua innata e personalissima verve comica gli consente di poter brillantemente creare la commedia a partire dal dramma e di realizzare un’affascinante fusione tra le sue “personalità”. Nascono così Ho affittato un killer (1990), Nuvole in viaggio (1997) e forse il suo capolavoro L’uomo senza passato (2002), opere in cui la barriera tra reale e surreale crolla definitivamente, anche a causa di scelte cromatiche che portano a pensare a un “neorealismo rivisitato in chiave pop-art” (T. Kezich).
(JPG) La sensibilità che Kaurismäki riesce ora a far emergere è di altissimo livello e quasi palpabile è l’affetto che nutre per i suoi bizzarri protagonisti; tutte le marche stilistiche originarie sono unite all’esperienza di un autore che ha ormai prodotto 13 lungometraggi (il quattordicesimo, Lights in the dusk, è in concorso quest’anno al Festival de Cannes), le influenze storiche (Buñuel, Ozu, Godard, Bresson, Welles) si fondono al meglio con l’amore per Samuel Fuller e i b-movies, la critica sociale trova nuova linfa e una maggiore incisività grazie allo sguardo ironico e a un ottimismo surreale. A noi non resta altro che osservare e godere della maturazione di uno dei maggiori talenti cinematografici degli ultimi anni, un regista che si colloca volutamente ai margini, profeta di un cinema con pochi soldi e molte idee. Kaurismäki mostra,senza alcuna pretesa ma col sorriso sulle labbra, che in fondo dietro l’orrore si nasconde la bellezza e che vale la pena vivere per portarla sempre alla luce.

Uno Zappa al giorno leva il medico di torno (ct. Anonimo livornese) - Capitolo 13

Frank Zappa's 200 Motels

(Featuring The Mothers of Invention and The Royal Philharmonic Orchestra, October 1971)

disc 1

  1. Semi-Fraudulent/Direct-From-Hollywood Overture 1:59
  2. Mystery Roach 2:32
  3. Dance Of The Rock & Roll Interviewers 0:48
  4. This Town Is A Sealed Tuna Sandwich (prologue) 0:55
  5. Tuna Fish Promenade 2:29
  6. Dance Of The Just Plain Folks 4:40
  7. This Town Is A Sealed Tuna Sandwich (reprise) 0:58
  8. The Sealed Tuna Bolero 1:40
  9. Lonesome Cowboy Burt 3:59
  10. Touring Can Make You Crazy 2:52
  11. Would You Like A Snack? 1:23
  12. Redneck Eats 3:02
  13. Centerville 2:31
  14. She Painted Up Her Face 1:41
  15. Janet's Big Dance Number 1:18
  16. Half A Dozen Provocative Squats 1:57
  17. Mysterioso 0:48
  18. Shove It Right In 2:32
  19. Lucy's Seduction of A Bored Violinist & Postlude 4:01

disc 2

  1. I'm Stealing The Towels 2:14
  2. Dental Hygiene Dilemma 5:11
  3. Does This Kind of Life Look Interesting To You? 2:59
  4. Daddy, Daddy, Daddy 3:11
  5. Penis Dimension 4:37
  6. What Will This Evening Bring Me This Morning 3:32
  7. A Nun Suit Painted On Some Old Boxes 1:08
  8. Magic Fingers 3:53
  9. Motorhead's Midnight Ranch 1:28
  10. Dew On The Newts We Got 1:09
  11. The Lad Searches The Night For His Newts 0:41
  12. The Girl Wants To Fix Him Some Broth 1:10
  13. The Girl's Dream 0:54
  14. Little Green Scratchy Sweaters & Courduroy Ponce 1:00
  15. Strictly Genteel (the finale) 11:10

200 MOTELS PROMOTIONAL RADIO SPOTS:

  1. "Coming Soon!..." 0:55
  2. "The Wide Screen Erupts..." 0:57
  3. "Coming Soon!..." 0:31
  4. "Frank Zappa's 200 Motels..." 0:13
  5. Magic Fingers (Single Edit) 2:58

Pinewood Studios, London, UK
January 28-February 5, 1971

Overdubs at Whitney Studios, L.A.
Summer 1971

Produced by Frank Zappa

live recording facilities: The Mobile Rolling Stones
live recording engineer: Bob Auger
over-dub & re-mix engineer: Barry Keene
reduction facilities: Whitney Studios
road manager: Dick Barber
technicians: Paul Hoff & Dave O'Neil

album package & book design: Cal Schenkel
cover/poster design & illustration: Dave McMacken

The Royal Philharmonic Orchestra conducted by Elgar Howarth

The MOTHERS on this particular occasion:
FZ guitar & bass
Mark Volman vocals & special material
Howrd Kaylan vocals & special material
Ian Underwood keyboards & winds
Aynsley Dunbar drums
George Duke keyboards & trombone
Martin Lickert bass
Jimmy Carl Black vocal on LONESOME COWBOY BURT
Ruth Underwood orchestra drum set
Jim Pons voice of the "Bad Conscience"

The Top Score Singers conducted by David Van Asch
Phyllis Bryn-Julson soprano
Classical Guitar Ensemble supervised by John Williams
Narrated by Theodore Bikel

mercoledì 10 gennaio 2007

Una stella brilla nel cielo: Piero Ciampi


PIERO CIAMPI
di Riccardo Venturi

Piero Ciampi nacque a Livorno il 28 settembre del 1934, in via Pelletier al numero 12, nel quartiere del Pontino. C'è forse da inquadrare meglio questo quartiere per capire qualche cosa in più di Piero e della sua vita. Il Pontino è uno dei quartieri più antichi di Livorno, adiacente alla medicea "Venezia Nuova"; entrambi, malgrado le distruzioni terrificanti della guerra, hanno mantenuto l'impianto urbano cinquecentesco e di difesa fortificata, con canali (che a Livorno si chiamano "fossi"), scali e "cantine" (le rimesse per le barche che formano, nel sottosuolo, una rete capillare e semisconosciuta). Delimitato da Via Garibaldi, l'antico "Borgo Reale" seicentesco, dalla Fortezza Nuova e dalla Dogana d'Acqua (sopra alla quale passa il piccolo ponte che dà il nome al quartiere), il Pontino è tuttora una specie di casbah abitato prevalentemente da portuali e piccoli commercianti; non bisogna scordarsi che era però, fino ai primi anni di questo secolo, la zona dalla quale proveniva la maggior parte degli "arrisicatori", gli scaricatori che, avvistata una nave al largo, si lanciavano nottetempo sui dei barconi a remi ("gozzi") in squadre di otto per abbordarla e conquistare così il diritto esclusivo allo scarico. Sugli arrisicatori sono sempre fiorite leggende marinaresche, alcune delle quali non ancora del tutto dimenticate. Si dice che oltre la metà delle strade del Pontino derivi il proprio nome da osterie; così via dei Tranquilli, via della Campana, via del Leone e via dei Terrazzini (che però, prima, si chiamava "via dei Disperati", ed anche la relativa ed ancora esistente osteria -il cui padrone attuale si chiama Mannari). Altre strade hanno misteriosi nomi di donne di cui non si sa nulla: via Eugenia, via Adriana, via Pompilia. Probabilmente si tratta di prostitute che esercitavano nella strada in questione. Via Pelletier è una strada buia e ventosissima che parte dalla piazzetta di San Luigi per arrivare agli Scali delle Cantine; la sua prima parte è stata ricostruita negli annì50, mentre la parte che va dall'incrocio con via della Campana agli Scali è stata miracolosamente risparmiata. La casa di Piero Ciampi si trova in quest'ultima parte. La via prende nome da Jean-Baptiste De Berminy Pelletier, un capitano nato a Aix-en-Provence ma livornese di adozione, che qui aveva casa nel settecento; morì nel 1809. Già nel 1813 sorse in questa strada un piccolo teatro che portava il suo nome; nel 1835 la via gli fu intitolata.

Il padre di Piero Ciampi, Umberto, classe 1900, era un piccolo commerciante di pellami con bottega nella zona di Piazza Grande; a tale riguardo è da smentire la notizia, a volte riportata, che fosse un commerciante "di perle". Probabilmente la cosa è dovuta ad un qualche refuso ("perle" al posto di "pelle"). Ebbe due mogli (Piero era figlio della seconda) e tre figli: Paolo, Roberto e Piero; sopravvisse a tutti e tre (è morto nel 1986). Non si sa praticamente nulla della primissima parte della vita di Piero Ciampi; da alcuni abitanti della zona sono però riuscito a sapere che, dopo il primo rovinoso bombardamento di Livorno, il 28 maggio 1943, che infuriò particolarmente proprio nella zona compresa tra il Porto Vecchio e il Pontino (con quasi tremila morti), la famiglia Ciampi sfollò, come molte altre, nelle campagne pisane, vicino a Cenaia. Fino al 1949 tutta la zona fu interdetta alla popolazione; era la cosiddetta "Black Area", la "zona nera" completamente minata. In via San Giovanni la bonifica fu completata solo nel 1952.

Le prime notizie certe su Piero Ciampi si hanno negli anni universitari; si iscrive alla facolta di ingegneria dell'Università di Pisa; ma circa a metà degli esami abbandona gli studi e torna a Livorno. La passione per la musica era coltivata da tutti e tre i fratelli; Roberto, futuro avvocato, è un clarinettista e restera per tutta la vita a contatto con la musica, oltre che legatissimo al fratello, mentre Paolo emigrerà presto in Canada, a Vancouver, facendo tutt'altro. Piero è il cantante del trio, con la sua voce già particolarissima; per guadagnarsi da vivere si mette invece a vendere olio lubrificante per conto di un deposito all'interno del Porto, la ditta "Razzaguti Oli"; quel porto di Livorno che canterà in una sua indimenticabile canzone:

Io non ho lasciato il mio cuore
A San Francisco,
Io ho lasciato il mio cuore
Sul porto di Livorno.
Le luci si accendevano sul mare,
Era un giorno strano:
Mi rifiutai di credere che fossero lampare.

Richiamato al servizio militare, Piero parte per il CAR a Pesaro dove, nelle libere uscite, va a suonare in dei locali assieme a tre commilitoni; tra di essi c'è un tale Gianfranco Reverberi, subito attirato da quello strano tizio, alto, magrissimo e che riusciva ad apparire spettinato persino coi capelli tagliati a caserma. Piero Ciampi si dedica alle occupazioni preferite dai livornesi: beve come una cisterna, cerca la rissa facendo, da recluta, gavettoni ai "nonni" e declama strane poesie in camerata, ad alta voce; la figlia del comandante se ne innamora e lui le scrive tutti i giorni delle incredibili lettere ("neanche Cyrano de Bergerac avrebbe saputo fare di meglio", ricorda Reverberi). Il grande amore, però, finisce quando Piero chiede alla ragazza di intervenire presso il padre per fargli avere il trasferimento a Livorno. Ricorda ancora Reverberi: "Uno dei suoi motori non era, come si potrebbe supporre, la rabbia (troppo comoda, protettiva ed elegiaca alla fin fine) ma piuttosto il litigio e la bagarre, unico spazio vitale pubblico per un soliloquio alla Ciampi".

Nella poco nota vita di Piero Ciampi è ancor meno noto che il suo primo e principale strumento musicale sia stato il contrabbasso. Lo aveva studiato un pò da solo e un pò con un amico, ed aveva imparato a suonarlo decentemente. Ed è come contrabbassista che Piero Ciampi va a suonare assieme a tre o quattro orchestrine che si esibiscono nei locali della costa livornese. Sono gli anni del "boom", gli anni degli strani tipi a giro per i litorali, gli anni del "Sorpasso" (il film di Dino Risi in cui l'automobile di Gassmann vola di sotto, con Trintignant a bordo, proprio dalla scogliera di Calafuria, vicino a Livorno). Piero guadagna qualche soldo, ma è totalmente scontento: spesso il capo orchestra gli ordina di far solo finta di suonare il suo strumento, mentre invece la musica proviene da una rudimentale "base" registrata.

Nel 1957 iniziano le fughe di Piero Ciampi; fughe che saranno una costante di tutta la sua vita. La prima è assolutamente drastica: senza una lira in tasca, una chitarra e un biglietto di sola andata passa prima da Genova, dove va a trovare Reverberi (che gli regala una stecca di sigarette); poi prosegue per Parigi. è sicuramente nella capitale francese, e nella sua atmosfera della fine degli annì50, che dev'essere nato il Ciampi chansonnier, sebbene le sue frequentazioni, più consone alla sua indole, fossero state prevalentemente con pittori e scrittori. In Italia è appena arrivato il rock 'n' roll e nessuno, ancora neppure Fabrizio de Andrè, si sogna di comporre canzoni e cantarsele. A Parigi, invece, Ciampi scrive poesie sui tovagliolini delle brasseries e si mette a cantarle anche in tre locali a sera, duemila vecchi franchi a esibizione (cioè una miseria). Non sa spesso dove andare a dormire, e chiede ospitalità a un convento di frati cappuccini; stringe una conoscenza con Louis-Ferdinand Céline, l'autore di "Semmelweis" e "Viaggio al termine della notte", va a ascoltare al Bobino i concerti di un tizio che canta per due ore con una chitarra e una sedia, tale Georges Brassens, e passa regolarmente per matto, sulle orme di un altro livornese vissuto a Parigi di stenti, che però faceva il pittore e si chiamava Modigliani. Qualcuno però lo nota nei localacci dove va a cantare; il suo timbro di voce ricorda un pò quello di un cantautore allora rinomato, Felix Léclerc, e cominciano a chiamarlo "L'Italianò", con l'accento sull'ultima sillaba, alla francese. Nel 1959, per vie traverse perchè è senza un soldo proprio com'era partito, torna a Livorno.

Per un mese, come mi ha raccontato Giancarlo Vanni (un vecchio ancora saldo che ha cantina sugli Scali, dove ripara barche e traffica motori fuoribordo; mi piacerebbe che alla prossima "ciampiola", se ci sarà mai, lo potessimo incontrare), se ne sta a non far nulla e a girare per la città, ubriacandosi e meditando di mettersi a fare il pescatore per una cooperativa. Provano a portarlo con in mare, ma una volta poco al largo viene preso da una fifa matta e non ne fa di nulla. Arriva Reverberi, che ha saputo del suo ritorno; in Italia si sta affacciando la canzone d'autore, sul modello francese, e se lo porta a Milano convincendolo a lavorare sodo per lui. Reverberi, assieme a Franco Crepax, è alla Ricordi, la "fucina" dei cantautori; con loro c'è anche Antonio Casetta, che in un allora remoto futuro sarà il proprietario del famoso Castello di Carimate e dei relativi studi discografici. Il nome d'arte c'è già: Piero Litaliano, senza l'apostrofo; e tra il '60 e il '61 arrivano i primi dischi incisi proprio per la Bluebell di Antonio Casetta.

Quando Crepax passa alla CGD, si porta dietro Piero Ciampi come cantautore "di scuderia"; gli fa incidere altri dischi e prova pure a venderli. Enrico de Angelis riporta al riguardo un episodio curioso e, al tempo stesso, tragicamente ironico: in un articolo della "Domenica del Corriere", Piero Ciampi -anzi, Piero Litaliano-, viene preso addirittura a modello del "nuovo esasperato tecnicismo delle grandi aziende della canzone". Vale la pena riportare una parte di questo articolo, da leggere alla luce della vita di Piero:

"IL CANTANTE DI DOMANI. Il cantante di domani lo lanceranno come un detersivo, l'industria della canzone si aggiorna. [...] Ormai si creano i successi prefabbricati. Questo giovanotto si chiama Piero Litaliano e il suo nome, fra qualche mese, sarà sulla bocca di tutti: sono già pronti i dischi, i manifesti e gli slogans pubblicitari. [...] Fra sei mesi, un anno al massimo, Piero Litaliano sarà popolare come Mina. [...] è il cantante nuovo costruito scientificamente per il 1962. [...] L'hanno fatto in provetta, è un prodotto industriale. Il gioco è fatto. La fortuna è arrivata al momento giusto, ora basta afferrarla e tenerla stretta."

Ma Piero sapeva tenere strette solo due cose: la chitarra e il fiasco del vino. Nel 1963, comunque, Piero Ciampi, sempre "Litaliano", pubblica il suo primo LP (CGD 33, 1963; ristampa, anche in CD, 1990, con lo stesso titolo, "Piero Litaliano", ma attribuito a Piero Ciampi come autore titolare); contiene, tra le altre canzoni, "Autunno a Milano", "Fino all'ultimo minuto" e, soprattutto, "Lungo treno del sud". Sulla copertina del disco, Piero di profilo guarda le arcate di un chiostro; l'exergo dell'opera stampato direttamente sulla foto di copertina, recita:

"Ho scritto queste dodici canzoni per una donna che ho amato e che ho perduto. Questi dodici ricordi sono la Bastiglia del mio cuore. Per la mia donna ho fatto cose ben più grandi di queste canzoni, ma quelle cose sono ormai perdute. Ora restano soltanto dodici canzoni."

Da qui, precisamente da qui, ha inizio l'oblio sistematico di Piero Ciampi dal panorama della canzone italiana. L'album (a parte "Lungo treno del sud", che ha un qualche modesto riscontro di ascolto) non lascia alcuna traccia, e per vederlo nei negozi bisogna aspettare il 1990, quando viene inaspettatamente ristampato dalla CGD. La critica stronca pesantemente l'album, parlando di "canzoncine tutte uguali", di "aria crepuscolare e sonnolenta", di "musiche lentissime e snervanti", di "nulla di allegro", di "stile nebbioso", di "motivi eccessivamente diluiti per restare in mente". Solo Natalia Aspesi osa scrivere che "nei suoi versi ci si trova qualcosa di abbastanza poetico per riuscire incomprensibile all'amatore abituale di canzonette". Piero lascia Milano, dove viveva in Corso Vercelli, e torna a Livorno; da qui, qualche tempo dopo, si sposta a Roma al seguito di Gaetano Pulvirenti, un "fuoriuscito" della RCA dotato evidentemente di spirito temerario, dato che offre a Ciampi addirittura la direzione artistica della sua piccola etichetta discografica, la Ariel. Reclutato anche il fratello Roberto, abbandona il "Litaliano" e comincia a scrivere e cantare con il proprio nome vero.

è un periodo di scarsa rilevanza artistica; Piero e canta scrive delle canzonette in piena regola, facili e più "orecchiabili", che però hanno lo stesso successo delle precedenti: zero. Gli va decisamente meglio come autore di canzoni per artisti già affermati: produce ad esempio un 45 giri di Georgia Moll (qualcuno se la ricorderà in una vecchia pubblicità del dentifricio "Pasta del Capitano", con Tino Scotti che le chiede come faccia ad avere "quei denti bianchi e splindenti" [sic]) e, soprattutto, scrive per Gigliola Cinquetti "Ho bisogno di vederti", che arriva quarta a Sanremo nel 1965. Piero Ciampi ne incide anche una versione personale per la Ariel, che due mesi dopo, però, chiude i battenti. La direzione artistica di Ciampi l'ha portata diritta al fallimento.

Nel frattempo, durante tutti i primi annì60, Piero Ciampi non la smette mai, tra un lavoro e l'altro, di vagabondare senza meta; vagabondaggi che, a volte, racconta direttamente sulle copertine dei dischi. è spesso a Livorno, da dove parte per andare sempre "a Roma"; in realtà s'infila spesso alla stazione, prende un treno e va da tutt'altra parte. Lo trovano completamente ubriaco sulla Kungliga Torget di Stoccolma; Reverberi, una volta, riceve una cartolina con scritto "Abbracci, Piero", con una veduta di Tokyo. Lo vedono in Spagna, a Barcellona; in Inghilterra; di lì passa in Irlanda. E irlandese è la sua prima moglie "bella, bionda, alta, snella", di nome Moira. Scrive De Angelis: "Moira resiste con lui meno di un anno, poi prende il figlio che nel '63 hanno fatto insieme, Stefano, e sparisce il più lontano possibile". Un giorno viene a sapere che è in America, e dice ai suoi amici che va a cercarla; lo ritrovano ubriaco a Livorno. Sposa definitivamente l'alcool, l'alcool non scappa mai. Fuggono invece le donne, come, tanti anni prima, sua madre. Anni dopo, Piero ironizzerà in TV: "Bella quella donna che arriva e poi fugge. Ma la madre è una cosa, la donna è un'altra cosa."

"Ha amato tanto due donne, erano belle, bionde, alte, snelle. Ma per lui non esistono più", canterà poi Piero in "Ha tutte le carte in regola". La seconda si chiama Gabriella, è romana e anche da lei avrà una figlia, che chiama Mira. è lei cui piero si rivolge nel verso finale de "Il Vino":

Vita vita vita
Sera dopo sera,
Fuggi fra le dita,
Spera, Mira, spera.

La convivenza con Gabriella dura ancor meno del matrimonio con Moira: otto mesi. Lasciando delle tracce ancora più profonde, se possibile. Stanno per iniziare gli annì70, il silenzioso, sconosciuto momento magico di Piero Ciampi e delle sue canzoni. Nel 1967 Ciampi produce un album intero per una mediocre cantante, Lucia Rango, scrivendo per lei dei pezzi e facendogliene interpretare altri. Il disco, "Lucia Rango Show", passa ovviamente del tutto inosservato. Dopo aver vagato per Livorno in decine di "tristi tristi" sere (è in questo periodo che scrive il testo di "Livorno", uno dei suoi capolavori, nato originariamente come una poesia), dopo essersi fatto fotografare appoggiato al muretto degli Scali delle Cantine in quella che forse è la sua immagine più conosciuta, torna a Roma con qualche speranza professionale. Ha il privilegio di una difficile, allegra e discontinua amicizia con Gino Paoli fin dal tempo in cui, a Milano, assieme a Luigi Tenco sbarcavano il lunario e vivevano fissi nella soffitta di Reverberi, cui pagavano l'ospitalità procurandogli compagnie femminili. Fin dal 1962, Gino Paoli è l'unico collega che incide a volte canzoni di Ciampi, abitudine che non abbandonerà mai. Lo porta di nuovo in RCA bluffando clamorosamente e presentandolo, dall'alto della sua "forza contrattuale", come una specie di gallina dalle uova d'oro; i discografici credono a Paoli e forniscono a Piero non solo un contratto, ma addirittura un ottimo anticipo in denaro che Ciampi va immediatamente a scolarsi, non producendo un solo pezzo e facendo rescindere l'accordo. Piero Ciampi prosegue i suoi vagabondaggi, così come i suoi versi vagabondano di foglietto in foglietto in attesa di una musica. Di una poesia arriva a scrivere venti versioni diverse, poi le incolla a formarne un'altra, le spezzetta. Sono versi scarni, scheletriti come lui; agri, grami come la sua voce e come Livorno. Non lo conosce nessuno, ma esige d'esser chiamato poeta; è la sola cosa cui tiene, assieme al vino e ai ricordi dei suoi strani e disperati amori. Ottiene di farsi qualificare "poeta" nel suo arruffato e spiegazzato passaporto, che ho avuto una volta la ventura di vedere, da lui stesso mostrato a chi lo prendeva in giro, all'Osteria dei Terrazzini, dicendogli che in realtà non s'era mai mosso fuori d'Italia. Quand'era ubriaco, cioè sempre, a volte parlava in francese.

Gli anni fra il 1973 e il 1974 avrebbero veramente potuto essere quelli della svolta per Piero Ciampi; ma, come aveva cantato in "Tu no", oramai "era fuori". Nello stesso 1973 una sua canzone, "Io e te, Maria", viene proposta per "Canzonissima" a Nicola di Bari, che rifiuta (ma la inciderà più tardi); nella stessa edizione di "Canzonissima", però, Carmen Villani canta un altro suo capolavoro, "Bambino mio" (scritto assieme a Pino Pavone, un cantautore calabrese che Ciampi aveva casualmente conosciuto nel 1960 durante un suo vagabondaggio sulle montagne della Sila e che sarebbe stato un suo fedelissimo amico e collaboratore per tutta la vita. Pino Pavone ha debuttato "in proprio" solo nel 1992). Nel 1974, impressionata dalle canzoni di Ciampi, Ornella Vanoni contatta Gianni Marchetti e gli chiede di produrle un album intero con canzoni di Ciampi; Marchetti si precipita da Piero, ma non lo trova. è non si sa dove, verosimilmente ubriaco. Quando ricompare, sfumato ormai il progetto dell'album per la Vanoni, Piero è sempre più irrequieto, imbarazzante e "in vino". Va a cantare in salette cosiddette "d'élite" per pigliarsi i soldi, attaccando regolarmente briga col barman e insultando pesantemente il pubblico di ricchi borghesi (spesso piantando tutti in asso; a Firenze, nel 1975, se ne va via senza neanche finire il primo pezzo affermando poi d'essere il "cantante più pagato d'Italia, trecentomila lire per mezza canzone"). Gli episodi di questo periodo sono numerosi; a Roma, mentre assiste ad uno spettacolo di Silvan, lo manda pubblicamente in culo (parole testuali) perchè i suoi giochi di prestigio gli appaiono banali; un'altra sera è protagonista di una rissa con Franco Califano, che lo ha invitato nel suo night senza offrirgli da bere. I colleghi gli stanno rigorosamente alla larga, e lui ricambia volentieri la diffidenza. Ha una silenziosa e grande stima da parte di Fabrizio de André (ma non di Francesco Guccini); invitato al premio Tenco, qualifica gli intervenuti come "pezzi di merda"; e così ricordano il Ciampi del 1976 Zazà Gargano e Stefano Palladini, due cantautori romani per i quali Piero avrebbe dovuto produrre un disco di canzoni in romanesco:

"Non sappiamo a quanti artisti sia capitato di essere prodotti da " uno che ha tutte le carte in regola per essere un artista " come Piero Ciampi. A noi è capitato. A Roma nel 1976. [...] Piero produttore significa uno di Livorno ma anche un pò di Parigi. Che dice "vaffanculo" in mezzo al traffico della via Tiburtina e lo dice alla livornese, senza curarsi del fatto che possa essere capito in romano. Ed è tutta un'altra cosa. Roma, già allora, si stava americanizzando e allo scherzo o offesa di parole cominciava a rispondere coi fatti. Era un autentico rischio stare in macchina con Piero, tutti i giorni per un mese."

Negli ultimi anni Piero Ciampi torna più spesso a Livorno, "la città più difficile per tutti". Qui si innestano dei miei ricordi personali che sarebbero totalmente confusi e fatti esclusivamente di silenziosi incroci sui marciapiede, se non fosse stato per quel tardo pomeriggio del 6 marzo 1979, all'Osteria dei Terrazzini, conosciuta anche come "Enoteca Mannari", via dei Terrazzini 68, Livorno. Ma è una cosa mia, ed è l'ultima volta che Piero Ciampi è stato visto a Livorno. Ogni anno, il 6 marzo, all'osteria c'è una bicchierata in ricordo di Piero; di Piero come amico e bevitore. Molti non ci sono più. Molti non sapevano neanche che cantasse e scrivesse canzoni. Uno aveva lavorato con lui, quand'era ragazzo, alla "Razzaguti Oli". Piero era alto un metro e ottantasei. Aveva gli occhi scuri e uno sguardo dolcissimo. Non mi ricordo d'averlo mai visto una volta pettinato; ma a Livorno c'è sempre vento.

Il 19 gennaio 1980 Piero Ciampi fu vittima di un terribile imbroglio; dopo essersi preparato per tutta la vita una morte per cirrosi epatica, l'ultima sua "carta in regola", se n'è andato, a Roma, per un cancro alla gola.
Aveva scritto, in una sua poesia del 1975:

Il corpo
è un sublime
atroce
porco.

Nel 1976 Piero Ciampi, visibilmente ebbro, rilascia un'intervista a Lina Agostini, del "Radiocorriere TV", e così parla di Livorno e di se stesso:

D - Ce l'ha proprio con tutti...
R - Sono arrabbiato per tre buoni motivi: sono livornese, anarchico e comunista. Le basta?
D - A me sì, ma dovrebbe spiegarmi perchè il fatto d'essere livornese incide tanto sulla sua rabbia.
R - Livorno è un'isola, è la città più difficile per tutti, anche per me. Perchè a Livorno c'è tutta la contraddizione di questo mondo: ci sono gli americani, c'è il più grande Monte di Pietà che si possa immaginare, io ne so qualcosa. C'è anche una delle più numerose comunità ebraiche in Italia. A Livorno sono nati il partito socialista e quello comunista e c'è anche una squadra di calcio che milita in serie C ma che meriterebbe lo scudetto in A. Ecco, io sono il Robinson Crusoe di questa isola che poi è un mondo.
D - Che cosa crede d'avere, come livornese, anarchico e comunista, in più degli altri?
R - Niente, è questo il mio equilibrio, la mia politica. Cercare di non offendere gli altri avendo qualcosa in più dell'uomo più povero di questa terra. La poesia è la sola cosa che ho.
D - Che cosa le manca per sentirsi ricco?
R - Tante cose; una frittata di cipolle, un bicchiere di vino, un caffè caldo e un taxi alla porta. Non ho mai avuto tutte queste cose insieme.