domenica 14 gennaio 2007

Un genio del cinema


Aki Kaurismaki - humor finnico e orrore sociale


Maggio 2006 - Francesco Portesi

(JPG) Due anime convivono in Aki Kaurismäki, due personalità distinte ma destinate a compenetrarsi tra loro senza che l’una prevalga sull’altra: il cinico e il sognatore.
È questa l’essenza dell’opera dell’autore finlandese, la linfa vitale che percorre tutta la sua filmografia e le dona la forza, l’originalità e la profondità che le sono peculiari.
La concezione classica del cinema, propria del regista (Storie tradizionali raccontate alla vecchia maniera: pochi e sobri movimenti della mdp, immagini scarne, un buon montaggio), unendosi allo sdoppiamento che lo caratterizza, genera i due filoni fondamentali della sua produzione filmica: quello realista e quello surreale.
Appartengono indiscutibilmente al primo, il suo esordio cinematografico Delitto e castigo ( Rikos ja rangaistus. 1983 ), tratto dall’omonimo capolavoro di Dostoevskij, e soprattutto la trilogia proletaria o ,come preferisce definirla lui stesso, trilogia dei perdenti (Ombre nel paradiso.1986; Ariel. 1988; La fiammiferaia. 1989).
Emerge da questi quattro film il tema cardine dell’opera omnia di Kaurismäki, il sentimento che maggiormente ha interesse a esprimere : L’orrore della vita, l’orrore della società. La rappresentazione di questo male di vivere e di un disgusto insopprimibile verso le dinamiche malate della società moderna, trova nello stile asciutto ed essenziale del regista, a tratti quasi minimalista, lo strumento ideale per essere potenziata e realizzata al meglio. I tempi dilatati e il ritmo lento e cadenzato da sequenze narrative ben definite, le frequenti inquadrature fisse e la rarità dei movimenti di macchina, la recitazione misurata e fondata sul purtroppo raro principio della sottrazione, anziché su quello più in voga dell’accumulo, la colonna sonora caricata di un’importanza fondamentale e dotata di uno straordinario potere comunicativo: con tali mezzi viene messa in scena un’umanità periferica e marginale per il contesto sociale (proletariato) ed etnografico (la Finlandia), ma in fondo onnicomprensiva e totalizzante per la sua dignitosa tristezza e la sua irreversibile solitudine (“L’isolamento non mi fa niente. E lo sai perché? Sono sempre stato solo” afferma il protagonista di Delitto e Castigo nelle ultime battute del film), tipiche dell’uomo moderno. I suoi personaggi sono tutti dei perdenti, uomini senza qualità destinati a una vita ai margini della società a causa della propria incapacità di aderirvi completamente e di comprenderne i meccanismi. I contatti umani sono rari e la comunicazione si fonda sui gesti e sugli sguardi, più che attraverso le parole: nessuno urla perché in fondo nessuno ascolta e si parla poco perché si ha poco da comunicare. L’unica consolazione è la musica, così come unica speranza è la fuga dall’orrore sociale, verso i luoghi che nell’universo filmico di Kaurismäki hanno la valenza di mitica terra promessa (Estonia e Messico); la speranza e la libertà si ottengono anche attraverso la ribellione del delitto (consumato anch’esso con freddezza e senza alcuna partecipazione emotiva), che porta all’uscita coatta dalla comunità e conduce ad un altro isolamento, a un’ennesima marginalità.
(JPG) Se con la sua parte cinica e realista l’autore finlandese ha rappresentato la disgregazione del suo Paese, mettendo in scena drammi sociali ed esistenziali con sobrietà ed austerità, attraverso il filone surreale fa esplodere con forza la sua personalità più eccentrica: il film manifesto è senza dubbio Calamari Union (1984), improbabile e fallimentare “quête” cavalleresca di un manipolo di personaggi bizzarri (accomunati dallo stesso nome, Frank, e dalla stessa insoddisfazione) votati all’assurdo proposito, proprio per dare una svolta alla propria esistenza, di conquistare un quartiere nella zona ricca di Helsinki. Simile per la medesima atmosfera irreale e sognante, per la vena ironica e stralunata, per una colonna sonora rock-blues di grande intensità e una rara capacità dialogica con l’aspetto visivo è anche l’altro capolavoro surreale di Kaurismäki: Leningrad Cowboys go America (1989). Stesso impianto da road movie, stessa influenza dai b-movies e, ancora una volta, la periferia ed il margine come centri narrativi ed esistenziali. Viene però amplificato un elemento importante che sarà poi ripreso e sviluppato nelle pellicole più recenti: la speranza.
Se il malessere esistenziale e il vuoto di una vita miseranda sono problematiche sempre presenti, lo sguardo surreale e un’ironia pacata e surreale, fredda e spiazzante, gettano su di esse una luce nuova, trasportandole in una dimensione tragicomica, in cui in fondo è possibile trovare salvezza grazie alla solidarietà tra perdenti, a una coscienza non di classe ma di vita: è proprio a questo punto che emerge tutta la grandezza di Kaurismäki. La sua innata e personalissima verve comica gli consente di poter brillantemente creare la commedia a partire dal dramma e di realizzare un’affascinante fusione tra le sue “personalità”. Nascono così Ho affittato un killer (1990), Nuvole in viaggio (1997) e forse il suo capolavoro L’uomo senza passato (2002), opere in cui la barriera tra reale e surreale crolla definitivamente, anche a causa di scelte cromatiche che portano a pensare a un “neorealismo rivisitato in chiave pop-art” (T. Kezich).
(JPG) La sensibilità che Kaurismäki riesce ora a far emergere è di altissimo livello e quasi palpabile è l’affetto che nutre per i suoi bizzarri protagonisti; tutte le marche stilistiche originarie sono unite all’esperienza di un autore che ha ormai prodotto 13 lungometraggi (il quattordicesimo, Lights in the dusk, è in concorso quest’anno al Festival de Cannes), le influenze storiche (Buñuel, Ozu, Godard, Bresson, Welles) si fondono al meglio con l’amore per Samuel Fuller e i b-movies, la critica sociale trova nuova linfa e una maggiore incisività grazie allo sguardo ironico e a un ottimismo surreale. A noi non resta altro che osservare e godere della maturazione di uno dei maggiori talenti cinematografici degli ultimi anni, un regista che si colloca volutamente ai margini, profeta di un cinema con pochi soldi e molte idee. Kaurismäki mostra,senza alcuna pretesa ma col sorriso sulle labbra, che in fondo dietro l’orrore si nasconde la bellezza e che vale la pena vivere per portarla sempre alla luce.

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