
LA VITA CHE VORREI
Stefano, un attore affermato, controllato e un po' freddo, deve cominciare un film in costume, una storia d'amore ambientata nell'Ottocento. La protagonista femminile dovrebbe essere interpretata da Chiara, una brava attrice, legata a Stefano da un rapporto di profonda amicizia. Invece il giorno del provino con il regista, al posto di Chiara, Stefano trova una sconosciuta: Laura, una ragazza di trent'anni, intensa, spontanea, disordinata, che finora non ha fatto quasi nulla nel cinema. Ad accrescere la diffidenza e insieme l'attrazione di Stefano, è l'immediatezza di Laura, quel suo modo di mischiare tutto, di confondere realtà e finzione, vita e rappresentazione.
'Il Giornale' 1 ottobre 2004)
Maurizio Cabona
"Senza essere il miglior film di questo regista, 'La vita che vorrei' è un'opera solida e corretta, che racconta dignitosamente una storia credibile. Che cosa gli mancava allora per essere ammesso alla Mostra di Venezia? Di non raccontare una vicenda ambulatoriale o politica? Proponiamo un'altra interpretazione: di essere più un film cattolico che un film cristiano, di avere sì varie scene di sesso, ma che sfociano - per la prima volta forse nel cinema italiano - nella nascita voluta di un bambino, anzi nella nascita di una famiglia. Forse. Perché Piccioni ha il pregio di cogliere le ambiguità delle persone, ma anche di ricordarsi che un popolo di semplici fornicatori si estingue e che, se il sesso è il presente, un figlio è il futuro."
la Repubblica' 1 ottobre 2004
Paolo D'Agostini
"Il pregio di 'La vita che vorrei' è quello di non perdere mai la sua ragione alta e la sua risonanza universale a dispetto della proverbiale futilità del mondo d'apparenze di cui parla. La sua sottigliezza è quella di soppesare di continuo le sfaccettature delle due opzioni rappresentate da Laura e Stefano, di sorprendere con una luce d'indulgenza ogni volta che l'uno sembra migliore dell'altro, di spaesare offrendo ora all'uno ora all'altra una chance di verità. E' così che un gioco apparentemente vacuo, quello del recitare, si risolve in uno specchio della vita."
'Corriere della Sera' 2 ottobre 2004
Maurizio Porro
"'La vita che vorrei', prodotto da Lionello Cerri è, nel panorama di un cinema succube delle mode, un film coraggioso e intelligente, anche se lavora sugli stereotipi del mondo dèmi dorato del cinema, con trucchi, buffet, agenti, copioni, anteprime e cotillons, la brava Galatea Ranzi e il suo regista Luca (non Ronconi, ma Bruschetta). Ma estraendo dagli sguardi, dai silenzi, dalle atmosfere, il faticoso romanzo di una passione forzata e forse negata, esce un film più ristretto e appassionato, pieno di vitaminici dubbi, anche se il ring affettivo oscura il baricentro, il rapporto fra mentire e recitare. Straordinario l'avvio, col provino della bravissima Sandra Ceccarelli, vera anima della storia, piena di chiaroscuri e misteri negli occhi. Trattasi ancora e sempre di cinema nel cinema, con rimandi ottimi e abbondanti al melodramma e alla poetica della finzione ('Effetto notte', 'La donna del tenente francese'), dove una crepa può introdurre il respiro della vita, giustificando il drammatico condizionale del titolo."
Il Messaggero',1 ottobre 2004
Fabio Ferzetti
"Come ogni buon film sul cinema, 'La vita che vorrei' sfrutta l'intersecarsi di realtà e finzione, il sovrapporsi di attori e personaggi, i sentimenti recitati sul set che anticipano, suggeriscono e talvolta perfezionano quelli vissuti dietro le quinte. Malgrado tutto però quello di Piccioni non è solo un film sul cinema. (...) Eppure 'La vita che vorrei', che Piccioni ha scritto assai bene con Linda Ferri e Gualtiero Rosella, al di là del gioco di specchi fra gli slanci amorosi di ieri e le incapacità e le paure di oggi, parla d'altro. E nelle scene migliori, pensiamo alla prima prova a due davanti al regista o a tutti i momenti in cui Lo Cascio mette alla prova e umilia la Ceccarelli, mette in scena con rara esattezza il contrasto forse insanabile fra due nevrosi, due nature, due modi di stare o forse di non stare al mondo. Fino a non sposare mai, acrobaticamente, il punto di vista di uno dei due protagonisti fino in fondo. E proprio qui sta il bello, anche se la regia di Piccioni, così controllata e aderente ai due protagonisti, rischia a tratti di risultare snervata e un poco estenuante come il loro duello senza fine."


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