
Old boy
"Ridi e il mondo riderà con te. Piangi, e piangerai da solo": con questo pessimistico aforisma, Park dà vita cinematografica a Oh Dae-su, già protagonista del manga di Tsuchiya Garon, edito in Giappone a partire dal 1997 . Una storia assurda di rapimento, prigionia e vendetta. La storia di un uomo che impara a piangere ridendo.
Oh Dae-su (Choi Min-sik) è su un tetto, coi capelli lunghi e scapigliati. Tiene per la cravatta un uomo con un cagnolino in braccio: prima che questi cada giù, vuole raccontargli la sua storia. Quindici anni prima, Oh Dae-su aveva una moglie, una figlia e un lavoro. Una sera si ritrova ubriaco fradicio in un commissariato. Viene a prenderlo un suo caro amico, Joo-hwan. Per strada si fermano per telefonare alla moglie di Dae-su. Dopo aver a sua volta salutato la donna, Joo-hwan esce dalla cabina ma Dae-su è scomparso. Rapito da un nemico sconosciuto, Dae-su rimane segregato in un appartamento per anni e anni, in esclusiva compagnia di un televisore. Viene a sapere che sua moglie è stata uccisa e che i sospetti ricadono su di lui. L'unico sentimento a tenerlo in vita è la vendetta, ma anche la necessità di sapere chi può odiarlo così tanto e perché. Inizia perciò ad allenarsi prendendo a pugni la parete, nell'attesa di trovare un modo per tornare libero.
Nonostante il fallimento economico di Sympathy for Mr. Vengeance, il regista non ha cambiato rotta. Old boy incrementa le dosi di violenza e ostentata sgradevolezza già presenti nel film precedente, accentuando in più quello humour nero che caratterizza fortemente il suo sguardo tragico sul mondo: si parla di crudeltà nel cinema di Kim Ki-duk, ma Park non gli è da meno.
Qui assistiamo di volta in volta a un polipo mangiato vivo dal vero (dall'attore Choi Min-sik, visto in Italia in Ebbro di donne e di pittura, di Im Kwon-taek), a denti cavati con un martello, ma soprattutto a una tortura psicologica che si spinge fino ai livelli più estremi.
Old boy è uno di quei film in cui il tempo si rivela un'ossessione e un paradosso, già nell'ossimoro del titolo (che letteralmente vuol dire "ex-alunno", o "vecchio mio"): il "vecchio ragazzo" è colui che è invecchiato senza poter vivere una vita, la cui mente è rimasta bloccata nel passato, concentrata sull'unico pensiero della vendetta. Ma è anche un tempo vissuto hitchcockianamente come conto alla rovescia, corsa all'appuntamento col proprio destino.
Novello conte di Montecristo, Dae-su rincorre una vita che ha perduto. Allo stesso tempo però deve fare i conti col proprio passato, con le conseguenze delle proprie azioni. Se Montecristo in prigione aveva letto e studiato, Dae-su è diventato invece un'enciclopedia ambulante del "sapere televisivo" (altro ossimoro), un sapere che si innesca automaticamente con risposte da quiz ma che si rivela sostanzialmente inutile, superfluo. L'unica utilità della tv è stata quella di impedirgli di impazzire: un orologio e un calendario, come dice lui stesso, una chiesa, un'amica e un'amante. Una finestra sul mondo quando si è chiusi fuori dal mondo. Oltre all'elettrodomestico, nella stanza dove Dae-su vive segregato c'è un quadro che ricorda il suo viso distorto dall'angoscia e dalla follia: l'aspetto consumato e degradato di chi rincorre l'impossibile, di chi cerca una spiegazione plausibile al proprio stare al mondo, di chi vuole fare i conti, e al tempo stesso ottenere delle risposte, del proprio "creatore". Perché in qualche modo il vecchio Dae-su è stato ricreato dal suo nemico: prima era uno qualunque, un uomo mediocre che beveva e litigava con la moglie, mentre il Dae-su imprigionato e poi liberato (letteralmente "venuto alla luce", come ci mostra la formidabile sequenza della liberazione) è un organismo vivo e pulsante, pronto a tutto pur di trovare una risposta. Alla fine l'avrà e sarà la peggiore delle risposte possibili.
Lo stile visivo di Old boy è di quelli che inchiodano lo spettatore alla poltrona, con un coltello puntato alla carotide. Non c'è possibilità di tirare il fiato e le immagini che scorrono sullo schermo al tempo stesso affascinano e disturbano, divertono e inorridiscono.
Park osa tutto, in un bailamme di libertà creativa che non rispetta niente e nessuno e tuttavia trova un suo precario equilibrio nel non compiacersi mai eccessivamente di ciò che racconta, nel rimanere sempre, in qualche modo, ancorato alla realtà, fosse anche solo quella emotiva dei suoi personaggi. Più di un film: un'esperienza da vivere.

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